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Passeggiando per Rio

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Decido di complicarmi la vita e ne cerco un altro.

Esco di casa senza mascherina (la metto in tasca). Cammino a passo non spedito lungo la Decio Vilares, scavalco un paio di barboni addormentati per terra, uno molto giovane è sdraiato su un pezzo di cartone, si sveglia, mi guarda, si nasconde il volto nel cartone e torna a dormire.

Entro nella Figueiredo, passo davanti al barbone che è in piedi, ha la barba folta bianca e si chiama Sergio.

–         Oi amigo – dice.

–         Bom dia – rispondo.

Cammino fino all’incrocio, osservo, dall’altra parte della strada la caserma dei carabinieri e vedo un uomo nero dentro a un BMW scuro che ascolta disco-music a palla. Attraverso, mi infilo la maschera e scendo nella metro.

Nel convoglio tutti indossano le mascherine. Io li osservo e cerco di sceglierne uno o una a cui possa chiedere d’accompagnarmi fino al negozio della BAGAGGIO. Non ho soldi; la loro dovrà essere un’opera di carità o di volontariato.

Coi volti nascosti non riesco a decifrarli, non riesco a decidere. Rifletto: meglio aspettare il momento giusto e non avere fretta. Si libera un posto, mi siedo. Vicino a me una ragazzina ascolta della musica. Si agita, muove le gambe. Ricordo una volta nella metro di Milano, linea gialla, avevo fissato una seduta con una psichiatra che mi era stata consigliata dal mio psicologo. Avevo troppi pensieri, non riuscivo a studiare. Ero angosciato e quando fissavo i miei amici, non sapevo chi stavano vedendo loro se mi guardavano. Chi c’era dietro ai miei occhi? Chi ero io che pensavo quello che pensavo? Che immagini riflettevano, o proiettavano, i miei pensieri?

Scesi a Porta Romana. Lo studio della psichiatra era in una bella casa antica, l’ascensore sembrava una gabbia di ferro.

Non c’erano specchi, la porta e le sbarre erano “aperte” e davano sull’androne e sui piani, direttamente, senza pareti. L’androne era spazioso e freddo. Mi trovavo in un palazzo signorile, coi balconi in cemento simil marmo, alcuni con fregi-statue con teste di pantere, leoni.

La psichiatra mi fece aspettare in una stanza con una biblioteca stracolma di libri. Un lettino in pelle, in un angolo.

Lei era cara, non ricordo quanto la pagai, anzi quanto mio padre la pagò, ma era cara.

Tutto in quella casa ispirava signorilità e potere.

–         Hai pensieri distruttivi?

Non ricordo il viso della donna, io avevo circa vent’anni, lei cinquanta o sessanta. Aveva i capelli castani.

–         Sì, spesso.

–         Di che tipo?

–         Immagino di uccidere i miei o che si uccidano da soli, in mia assenza. Ho anche scariche di rabbia verso qualche amico o un estraneo.

–         In quali occasioni?

–         Quando mi sento escluso, quando mi contraddicono, non fanno ciò che voglio o escono dai margini nei quali li avevo circoscritti.

–         Le persone devono restare nei margini in cui le circoscrivi?

–         Sarebbe meglio se lo facessero.

–         In quali momenti della giornata hai pensieri di questo tipo?

–         Spesso al mattino, quando studio in biblioteca. O al pomeriggio, in università. Non mi piace l’università.

–         Perché?

Mi sembra incuriosita, sono un caso interessante o forse tutti i pazienti la incuriosiscono, se pagano.

–         Non riesco a capire come possiamo differenziarci in università se studiamo tutti le stesse materie, negli stessi libri. E poi i professori… sono noiosi, si vestono tutti uguali e ci fanno capire, senza dirlo, che se vogliamo seguire la carriera accademica dobbiamo diventare i loro portaborse, i loro galoppini.

–         Tu hai bisogno d’indipendenza? Devi differenziarti, sempre?

–         Non so. Però in università spesso mi sento male.

–         Allora… – prese una ricetta e scrisse nomi e dosaggi di vari psicofarmaci, antidepressivi antipsicotici, che avrei dovuto assumere al mattino, al pomeriggio subito dopo pranzo e la sera, per calmarmi prima di andare a letto.

Uscii da quello studio, da quella casa che ero spaventato. Ero forse matto, ero grave, avevo dei problemi?

Fu mia nonna che mi convinse a stracciare la ricetta e a non prendere niente.

Esco a Barra da Tijuca, fermata Jardim Oceanico. Prima di salire sulla scala mobile mi passo l’alcol nelle mani. L’alcol è in una bottiglietta, davanti al gabbiotto, a disposizione di tutti. Alzo la testa e m’accorgo di una pubblicità di una nuova serie TV o di un film la cui protagonista è la stessa attrice che è stata Arya, in Game of Thrones.

Mi piace un sacco, Game of Thrones.

Di nuovo all’aria aperta cerco di ricordarmi perché ho preso la metro.

L’ho presa per trovare una cavia disposta a tornare con me a Copacabana e ad appostarsi davanti alle vetrine del negozio di borse e zaini BAGAGGIO, all’angolo tra la Santa Clara e la Nossa Senhora.

Ardua impresa, la mia.

Mi dico che forse la psichiatra aveva ragione e quei farmaci avrei dovuto prenderli.

Ma ormai è tardi.

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