Home Racconti da Rio de Janeiro Storie da una Rio de Janeiro pandemica 13

Storie da una Rio de Janeiro pandemica 13

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Antonio nell’armadio non ha solo magliette Lacoste, ma una tuta dell’Adidas che gli piace un casino.

La madre oggi cammina avanti e indietro, in corridoio.

Il padre, Giacinto, è seduto nel suo studio e parla in videochiamata.

Lo spilungone s’aggira sotto casa sua, fumandosi una canna. Cammina ad ampi passi attorno alla palazzina. Ha una sciarpa al collo, e non è freddo.

Gustav, l’italo tedesco, ha detto che porterà…

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Antonio è vanitoso, ci mette sempre tanto a prepararsi, si pettina, si spettina, si pettina di nuovo. La madre ha camminato tutta la mattina, in tuta, come sempre, ma senza gli auricolari alle orecchie. Il padre ha lavorato come sempre chiuso nello studio, in maniche di camicia e pantaloni jeans. Giacinto è atletico, magro, Grazi, la madre, è ancora sexy.

Dopo essersi arrotolato il fondo dei pantaloni ed essersi inginocchiato per allacciare le scarpe bianchissime di pelle Nike con le strisce azzurre, le Nike classiche, quelle della nostra adolescenza, dopo aver fatto tutto questo, il ragazzo è pronto.

Lo spilungone lo aspetta, davanti alla portineria, almeno da mezz’ora.

Speriamo non si sia dimenticato niente, pensa Antonio raggiungendo la porta.

  • Vado a incontrare i miei amici – dice ma nessuno lo ascolta, il padre è concentrato sul lavoro e Grazi, in tuta, magra, elegante anche quando suda, cammina avanti e indietro nel corridoio.
  • Vado. Non torno tardi.

Silenzio.

Antonio è nel pianerottolo, poi nell’ascensore, poi dietro al portone, poi in cortile, nel parchetto, uno dei tanti tra verde, panchine, arbusti, biciclette legate con le catene, cani che portano i padroni a passeggio.

In giro non c’è quasi nessuno e i pochi passanti usano le mascherine.

Marco non c’è. Si sarà stancato di aspettarlo.

Quando Antonio decide di proseguire verso…

Mi si chiudono gli occhi.

In Brasile c’è poco spazio per l’ironia e per la protesta.

Le reti sociali distorcono; la realtà è il tramonto giallo lineare amaro come veleno, gli ospedali, gli ospedali, gli ospedali, gli ospedali.

Gli ospedali, gli ospedali, gli ospedali, gli ospedali.

Marco e Antonio camminano vicini, uno di fianco all’altro. Marco indossa una felpa nera, i pantaloni sono neri, la sciarpa è un’esagerazione perché fa quasi caldo. Antonio, maglietta Lacoste, jeans Levi’s, scarpe Nike.

Antonio ha i capelli ricci, castano biondi. La pelle è molto bianca, gli occhi azzurri. Marco ha la carnagione scura, collo lungo, la parte posteriore dei boxer gli esce dai pantaloni.

Ha fumato. È allegro.

  • Sei pronto?

Mi viene sonno, di nuovo. Non credo di potercela fare. In Brasile, a Rio, a casa mia… ho mal di gola. Fa caldo. Qualcuno ieri gridava Fuori Bolsonaro, altri, in risposta, urlavano “Mito, Mito!” ed è tutto insignificante.

Gli ospedali, gli ospedali, gli ospedali.

I vaccini, i vaccini, i vaccini.

Gustav è bianco latte, Sion nero come cioccolata.

Marco, appena li vede, scoppia a ridere.

  • Mi sembrate gli Abbracci, del Mulino Bianco!

Antonio si china a pulirsi una macchia di fango sui risvolti dei pantaloni. Odia sporcarsi.

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