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Storie da una Rio de Janeiro pandemica 14

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Dove vanno?

Tra le infinite possibilità della pagina bianca, io ne vedo due.

Sion, dentro allo zaino ha un mattone raccattato, rubato al cantiere del padre. Il padre di Sion è capomastro, la madre è professoressa di Storia dell’Arte. Vivono a Toledo Lodigiano da una decina d’anni.

Gustav, nascosto nello zaino, ha un martello rubato, raccattato dal mobile del box, box spazioso, uno dei luoghi preferiti di suo padre.

Il padre di Gustav è medico, la madre, tedesca, è infermiera. Lei, ignara che si sarebbe sposata, è venuta in Italia dalla Germania per studiare, in interscambio.

Lo spilungone nello zaino ha una cinquantina di mortaretti, di quelli che si sparano a mezzanotte a Capodanno, e poi si rimane sognanti ad osservare i disegni, le curve che fanno in cielo, e ci si immagina che l’anno che verrà sarà il migliore.

Antonio lo zaino l’ha lasciato a casa, e cammina accanto agli amici. È il più bello, quello vestito meglio. I capelli, un po’ lunghi, gli cadono delicatamente sulle guance. Gli occhi azzurro mare, azzurro cielo, farebbero impazzire qualsiasi ragazzina se lui non emanasse una certa energia negativa, difficile da spiegare, una certa energia respingente.

Il negozio del fiorista è dall’altra parte della strada. Hanno scelto proprio quello perché il proprietario, magro, allampanato, svagato, con un’espressione intelligente da bonaccione, incarna il tipico Ex Comunista, figura odiata da loro e dai loro genitori. In comune i quattro ragazzi hanno le simpatie politiche dei genitori, tendenzialmente di destra. Loro condividono certi giudizi sugli stranieri. Soprattutto Sion e Gustav, su questo punto sono irremovibili: se devi aiutarli fallo a casa loro e impediscigli di venire da noi a stuprare le nostre donne e a rubarci il lavoro. Ma non è per questo che hanno scelto il fioraio. L’hanno scelto perché è troppo buono e perché una volta, durante una lite con una decina di altri compagni, quasi tutti figli di radical chic di sinistra, il fioraio si è intromesso e li ha difesi, ha difeso loro quattro. Poi si è preoccupato, gli ha chiesto se si erano fatti male, gli ha offerto un bicchiere d’acqua a testa. È stato sensibile, gentile e loro non tollerano che qualcuno si comporti così perché, se lo fa, significa che è gay o che li sta prendendo per il culo. Il mondo è crudele e la crudeltà, la pratica attiva, consapevole di atti di crudeltà è l’unica forma di sopravvivenza.

Per questo si sono nascosti dietro alla siepe, dietro agli arbusti subito dopo l’entrata Sud del parco e spiano il fioraio magro, dai capelli neri e lunghi, che sta per chiudere. È presto, ma le norme antivirus impongono la chiusura anticipata e la vendita di piante e fiori senza contatti coi clienti, quindi solo consegne a domicilio. Per le consegne il fioraio ha chiamato due ragazzi che lo aiutano in cambio di pochi spiccioli; i quattro, la banda dei quattro osserva i giovani garzoni che se ne vanno, sulle bici. Sion fa un cenno a Gustav che tocca le spalle di Antonio il quale si sistema maglietta, cintura e, soprattutto, il risvolto dei pantaloni su cui c’è un’inconfondibile macchia di fango. Antonio odia sporcarsi e odia attaccare, rubare quando non è impeccabilmente vestito.

L’altra possibilità che intravedo è questa: i quattro, in barba alle regole, ai provvedimenti pro lock down, si sono diretti verso il garage di Gustav. Il padre italiano dell’italo tedesco è batterista di una banda locale piuttosto famosa nel Lodigiano, banda che, prima del lock down, suonava ad ogni Festa dell’Unità e, anni fa, ad ogni Festa di Rifondazione Comunista. Il padre di Gustav è un capellone che, oltre a suonare la batteria, vende fiori. Ha un bel negozio, proprio davanti all’uscita Sud del parco, negozio ora aperto, ad orario limitato, solo per le consegne a domicilio, per effettuare le quali lui ha chiamato un paio di giovani apprendisti, muniti di bici.

I ragazzi hanno da tempo un’idea fissa, quella di creare una banda rock.

Adesso, mentre cammino per una Santa Clara vuota, a causa del lock down, qui a Copacabana, mi chiedo quale delle due soluzioni sia la migliore, quale sia non la più bella, ma la più vera.

Per avere una risposta devo raggiungere il negozio che vende borse e zaini, all’angolo dell’incrocio tra la Santa Clara e la Nossa Senhora. Se sarò io a guardare nella vetrina, vedrò cose che mi riguardano troppo da vicino. Devo chiedere a qualcuno di guardare al posto mio e dirmi cosa vede.

Spero che chiunque fermi per aiutarmi, a pagamento o meno, ci veda riflessi i quattro ragazzi e intraveda una delle due possibilità, il pestaggio del fioraio o la nascita di una banda rock.

Casomai la vetrina dovesse riflettere situazioni diverse da queste, allora rinnegherò ciò che ho scritto.

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