Home Racconti da Rio de Janeiro romanzo HELENA. QUESTO SI’ CHE E’ AMORE

romanzo HELENA. QUESTO SI’ CHE E’ AMORE

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Sono nuda.

Davanti a me la webcam del mio cellulare.

Sono bella, le mie forme ti faranno eccitare. Ho i capelli corti, rasati a zero, i miei occhi sono verdi, le guance paffute di una ragazzina, i seni, mio Dio che seni, appuntiti, turgidi, li vuoi leccare?

Non puoi, ma puoi vederli attraverso la webcam. Vai in bagno, ti ripeto, vai in bagno, è ora.

Sei andato in bagno? Tieni il cellulare in mano? Sei nudo pure tu? Dove sei seduto?

Siediti per terra, meglio se nel box doccia. Ce l’hai uno sgabello? Siediti sullo sgabello, se vuoi ti puoi toccare… Mi vedi?

La vedi la mia bocca, la vedi la mia lingua che mi lecca le labbra?

Mi chiamo Helena, ho venticinque anni, sono di Rio de Janeiro. Mi sono laureata in Legge proprio quest’anno, mio padre è orgoglioso di me; io un po’ meno, mi annoio, sai, e non so che fare della mia vita.

Io mi voglio divertire. Ti vuoi divertire anche tu?

Ecco, adesso ti mostro la pancia e il sesso, depilato.

Ti stai toccando? Bravo, toccati, almeno mi fai sentire utile, mi sembra di servire a qualcosa.

Io voglio farti sborrare. È bello quando vieni pensando a me. È qualcosa di simile all’amore, non credi?

Hai mai amato qualcuno? Io sì: Francisco. Era il ragazzo più bello del quartiere, il padre lavorava per una multinazionale, la mamma era casalinga. Abitavamo a Barra da Tijuca, in un condominio, e Cisco era il mio compagno di giochi, da bambina. Ho perso la verginità con lui, nella sauna del condominio. Se qualcuno ci avesse visti, l’avrebbe detto ai nostri genitori. Certo, è possibile che le telecamere ci abbiano ripreso, ma nessuno si è lamentato.

Cisco era delicato, si preoccupava di farmi godere, era lento nel sesso nonostante fosse molto giovane, era paziente.

Quella volta mi prese da dietro; io tenevo le mani contro la parete, un piede appoggiato sul ripiano in legno della sauna, l’altro sul pavimento scivoloso. La mia preoccupazione maggiore fu quella di non cadere e di non fargli capire che mi stava facendo male. Volevo essere sua, volevo che mi scopasse, che mi fottesse, volevo essere la sua cagna, la sua pecora e lui lo sapeva, aveva capito che per me il sesso e l’amore non avevano senso se non mi facevano male.

Mamma e papà mi hanno amato molto, cosa credi? Ancora ricordo al mattino il babbo in giacca e cravatta; dalla finestra del quattordicesimo piano nel quale abitavamo entravano i raggi ustionanti del sole di Barra da Tijuca, la mamma in piedi ai fornelli preparava del pane abbrustolito con burro spalmato sopra, la spremuta d’arancia di un litro era nell’apposita caraffa a centro tavola, i biscottini al cioccolato in un piattino, eravamo una famiglia perfetta, lo siamo stati a lungo, cioè fino a quel maledetto giorno nel quale, zaino in spalla, dissi alla mamma: – Oggi dopo scuola vado a giocare a pallavolo in spiaggia. Per te è ok?

– Certo, Helena. Fare sport è una cosa buona. – Aveva gli occhi tristi, la mamma.

Quel pomeriggio ero poi andata in spiaggia, avevo lasciato il cellulare nello zaino. Ero sudata e sporca, mi ero divertita un sacco, presi il cell e vidi le chiamate, da uno stesso numero. Ebbi come una premonizione, o era soltanto panico. Corsi a casa e, prima che mi abbracciassero e coprissero gli occhi con le mani, la vidi, la vidi sul selciato, la testa in una posizione innaturale, vidi le ambulanze, i vicini, i vigili del fuoco e il babbo che piangeva.

– È la prima volta che piangi – commentai, e davvero non l’avevo mai visto piangere, prima.

La zia subito mi spinse verso i campi da tennis e le piscine: nessuno voleva che vedessi, ma cosa c’era di male a osservare la propria madre, il corpo che ti ha partorito improvvisamente morto?

La seppellirono tre giorni dopo.

Il babbo al cimitero tenne il capo chino, fissò i sassi, le pietrine della ghiaia. Io vestivo una gonna blu, una maglietta bianca. Fu davanti alla bara con dentro la mia mamma che decisi di rasarmi. Avevo capelli lunghi coi boccoli, alla mamma piacevano tanto, pettinarmeli era uno dei suoi passatempi.

Perché lo aveva fatto? Perché si era buttata dalla nostra finestra, dal quattordicesimo piano?

Sei ancora lì? Lo vedi che mi sono messa una mano tra le cosce? Dimmelo che vorresti che fosse la tua!  Lo sarà, se farai il bravo passeremo dal virtuale al reale, basta che fingi di innamorarti di me. E che mi paghi.

Il primo a pagamento è stato un amico di mio padre. Avevo sedici anni, era passato un anno dalla morte della mamma e il babbo era diventato un altro uomo, taciturno, scorbutico, depresso. Viaggiava in continuazione e mi lasciava in casa con la Neuza, la domestica. Lei, poverina, non si era accorta di niente. Io invece l’avevo notato il signore del tredicesimo piano che mi guardava le tette, nell’ascensore, e mi sorrideva. Io ricambiavo, che altro potevo fare? Non mi piaceva piangermi addosso come faceva il babbo, giudicarmi una sfigata perché mia madre si era suicidata. Il mondo è pieno di mamme che si buttano dalle rampe delle scale o dai tetti: i figli dei suicidi non possono, non devono sentirsi in colpa!

Una sera di un fine settimana nel quale il babbo era a Brasilia e Neuza a casa a Belfort Roxo con il figlio che aveva la febbre, io rimasi da sola e, invece di chiamare gli amici, le amiche e Francisco, che era il mio fidanzatino, quando l’amico del babbo mi fissò sfacciatamente le tette lo guardai dritto negli occhi (eravamo soli, nell’ascensore).

– Le vuoi toccare? – chiesi a bruciapelo.

Quello deglutì. Fece cenno di sì abbassando due volte la fronte.

– Allora, vieni – continuai.

Mi seguì dentro casa, io chiusi la porta e lo lasciai fare. Lui mi mise le mani addosso, io mi feci sfilare la maglietta, rimasi in piedi (capelli rasati a zero, occhi verdi e reggiseno nero) davanti a quell’uomo.

– Caro il mio dottore, questa scopata ti costerà cinquecento reais – dissi riconoscendo dentro di me un coraggio e una sfacciataggine che non sapevo di avere.

Lui mi osservò, era perplesso.

Io gli passai le dita sulle labbra, una gliela infilai in bocca. – Adesso scendi, vai al bancomat qui sotto e prendi i soldi. Io ti aspetto a letto, pronta. Potrai abusare di me, farmi quello che vuoi. Però mi devi pagare.

– Certo, certo – balbettò il dottore, un uomo sui cinquanta con la pancia; una moglie, due figli e un cane ad aspettarlo a casa.

Dopo di lui ce ne furono altri, davvero molti, ma non tutti a pagamento. Francisco per avermi non dovette pagarmi mai. Però s’insospettì e, siccome era amico di uno degli addetti alla sicurezza del condominio, si fece dare la registrazione delle immagini prodotte durante un fine settimana dalle telecamere del quattordicesimo piano. Il viavai di uomini attempati fuori e dentro la nostra porta lo fece riflettere; io poi gli avevo detto che quel weekend non potevo stare con lui perché avevo la febbre.

– Cosa sono venuti a fare quei tizi da te? – mi chiese a brutto muso.

Cosa potevo rispondergli? Non sono mai stata brava a dire le bugie: le bugie le devono dire le mogli ai mariti, ma io sono una puttana e le puttane dicono la verità.

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