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Sayonara Brasil !

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Il Brasile non attrae più come una volta . La crisi economica alleata alla corruzione , alla insicurezza ed all’elevato costo di vita ha convinto anche i tenaci brasiliani figli di giapponesi a tentare la via del rientro nella patria degli avi .

Secondo i dati ufficiali del 2016 i consolati giapponesi in Brasile hanno emesso 11506 visti per discendenti , coniugi e dipendenti  , quasi il triplo di quelli registrati nei due anni precedenti .  I dati delle agenzie di collocamento che fanno da tramite tra imprese giapponesi  e brasiliani confermano che la tendenza si è mantenuta nel 2017 e quest’anno . Insomma il rientro in massa dei giapponesi è in pieno corso .

Ci sono persone , racconta Kleber Ariyoshi , direttore della Itiban , una agenzia di collocamento con uffici in Brasile e Giappone , che dopo essere rientrata in Giappone e messo da parte risparmi sufficienti è ritornata in Brasile per aprire una attività in proprio . Le difficoltà incontrate e la insicurezza dovuta ai frequenti assalti le ha portato a desistire e rientrare nuovamente in Giappone .

A favorire i rientri vi è anche la cresciuta richiesta di manodopera da parte delle aziende giapponesi dopo quasi un decennio di stagnazione .

” Abbiamo deciso di lasciare il Brasile a causa non solo della insicurezza ma anche per dare una educazione migliore a nostra figlia ” afferma la paulista Erica Yamabe . La scuola a tempo pieno che la bambina frequentava a Sao Paulo costava circa  R$ 3000 al mese contro i R$ 400 pagati in Giappone , valore che include le refezioni , lezioni di arte , musica e nuoto dalle 8 alle 18 .

La figlia , che oggi ha 7 anni , in un anno ha appreso la lingua giapponese ed oggi va a scuola , che dista circa 800 mt da casa , a piedi assieme ad un gruppo di bambini dello stesso quartiere di età compresa tra i 6 ed i 12 anni . ” Una esperienza che mai avrebbe avuto in Brasile ” afferma Erica .

“Per noi è molto importante che la bambina viva a contatto con una cultura che rispetta gli anziani , i professori e che pensa al prossimo ” 

Rivelazioni

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I tamburi martellavano, i suonatori di tamburi cantavano per Exu e le Pombo Gira, i medium nel Terreiro cantavano, battevano le mani o venivano posseduti da queste anime sofferenti e vicine al clima, all’energia dell’orbita terrestre anche dopo la dipartita.

Io, come sempre, mi muovevo nel Terreiro sentendo forti dolori all’intestino e allo stomaco. E non sentivo i dolori perché ero nel Terreiro ma perché ormai sono diventati una costante con cui convivo. Pensieroso, in piedi davanti all’altare, cioè a una grande statua appoggiata su un piedistallo a tre metri dal suolo rappresentante Gesù Cristo che sorride, non in croce ma a braccia aperte che sorride, ho alzato la testa e ho notato che Maria Vitoria aveva incorporato la sua Pombo Gira.

Adoro la Pombo Gira di Maria Vitoria. Si comporta in modo sensuale e un po’ lascivo, si muove a scatti di qua e di là, gira repentinamente la testa all’indietro e i capelli ne seguono il moto come un’onda lasciando scoperta una porzione di collo. Maria Vitoria è bella ma non bellissima. Quando però il suo spirito lascia spazio allo spirito di questo strano essere invisibile eppure visibilissimo per come si muove, per come si atteggia, quando questo succede Maria diventa uno spettacolo. Si è avvicinata a me, io l’ho salutata come si salutano le Pombo Gira, cioè unendo le dita delle due mani, incrociandole e rivolgendole verso il basso, poi ci siamo abbracciati come di costume; gli incorporati e i non incorporati di solito si abbracciano per scambiarsi le energie, per darsi forza a vicenda. Ci siamo separati e lei, invece di allontanarsi, è rimasta vicino a me, che ero in piedi davanti alla statua di Gesù che nel sincretismo rappresenta Oxala’, a me che ero davanti alle statue di Xangô e di Oxum, sistemate a un metro da terra, appena sotto a quella di Gesù. Le altre statue degli Orixas erano coperte da una tenda bianca.

Argentina sull’orlo del default

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Ritorna l’incubo default per l’Argentina . A causa del recente aumento nella tassa di juro degli Stati Uniti è ripartito o meglio rinforzato il flusso di hot money in fuga dai mercati emergenti . Questo è bastato per una forte svalutazione del peso argentino quotato oggi a 23,5 peso per dollaro !  A nulla è valso il tentativo di impedire la fuga dei capitali elevando la tassa di juro  al 40% . A questo punto , per il presidente Macrì non è restata altra scelta  che ricorrere alla amara medicina della richiesta di un accordo di finanziamento con l’FMI .

La richiesta appare impopolare in quanto buona parte della popolazione incolpa il FMI del collasso finanziario del 2001 e 2002 che trascinò nella povertà milioni di argentini di classe media

E’ inutile aggiungere che tutto ciò aggiunge instabilità alla già compromessa situazione in America Latina ed il nostro Brasile  non si trova certo nella migliore posizione per affrontare questa tempesta in arrivo . Il cambio  real -dollaro è da tempo sotto pressione e la politica di riduzione della tassa di juro non aiuta certo i capitali a restare nel paese . Elementi positivi sono però l’inflazione che almeno ufficialmente sembra sotto controllo nonchè le esportazioni che sono sicuramente favorite dal cambio . Il recente aumento del prezzo del petrolio a causa della crisi scatenata da Trump  potrebbe inoltre favorire la Petrobras .

Neve

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A Rio sta nevicando. Sta nevicando a Copacabana lungo l’Avenida Atlantica, è neve soffice, morbida come lana che cade a fiocchi candidi, natalizi tra gli interstizi delle strade, nei tombini, sulla spiaggia che oggi ci ha illuso tutti di essere uomini e donne del nord e non dei tropici. Sta nevicando a Botafogo, Flamengo, sta nevicando ad Aboliçao, a Meier e a Lins dove ieri è morta una bella bambina a causa di un proiettile vagante. Sta nevicando nella favela di Lins e oggi non ci saranno scontri tra narcotrafficanti e polizia perché il carro armato con cui la polizia risale le ripide curve della favela non è attrezzato per la neve. La neve cade a fiocchi soffici, teneri e i genitori della piccola che stanno piangendo inconsolabili per un attimo smettono di lacrimare, guardano fuori dalla finestra e gridano al miracolo, è la loro figlia, è la loro figlia che sta facendo nevicare perché la neve è simbolo di pace e oggi non ci sarà spazio per i conflitti, oggi i narcos se ne staranno tranquilli, zitti, rintanati e i poliziotti invece di giocare a cane e gatto, sceglieranno il noioso lavoro d’ufficio con l’occhio teso, proteso fuori dalla finestra, sui palazzi imbiancati, sui grattacieli, sulle casupole diroccate piene di biancore e tenerezza. Ci saranno disagi sì, ma niente di trascendentale, tutto sarà sopportato con la consueta allegria, con la consueta rassegnazione mista allo stupore per la prima nevicata della storia. I favelados sopporteranno con rassegnazione l’umidiccio dentro alle case, il fango davanti alla porta, la classe media e medio alta con rassegnazione sopporterà i ritardi all’aeroporto e i pericoli alla guida dei veicoli senza catene, senza la benché minima attrezzatura indispensabile per guidare in tali condizioni, con la pista così molliccia, così bagnata. A Copacabana si intravede a malapena il mare ricoperto dalla foschia e da un piatto manto bianco, a Copacabana, nella Figueiredo de Magalhaes la neve sta cadendo davanti a un bar, tra i tavolini, un bar nel quale è seduto Ferruccio, italiano di Milano, che beve e piange la madre che, sessanta anni fa, si è buttata dal settimo piano. Beve cachaça mista a succo di uva e ricorda, ricorda tutto, il vestito rosso e blu della madre, il padre era in ufficio a lavorare, lei ha guardato il figlio col viso di ghiaccio, da extraterrestre, e si è lanciata dalla finestra.

Allo stesso tavolo è seduto Vitor, un portoghese, che ricorda quando, quaranta anni fa, rivide la madre a Rio ed erano dieci anni che non la vedeva, dovette scappare dal Portogallo dove era stato incarcerato e dichiarato disertore perché s’era rifiutato di combattere in Angola. Dovette scappare attraverso il confine con la Spagna e poi in Francia dove riuscì a corrompere qualcuno coi 200mila cruzados che teneva negli stivali. Quando rivide la madre a Rio pianse e piange ora mentre lo racconta e piange mestamente Ferruccio, anzi Ferruccio, barba bianca da Babbo Natale, ora non lacrima più ma fissa il portoghese e accarezza il cane, tra le ginocchia. E intanto nevica a fiocchi altissimi, profondissimi, contro i finestrini dei taxi, nevica così forte che i passanti devono tenersi l’un l’altro per non cadere a causa del vento, devono tenersi, sostenersi a vicenda contro la natura avversa. Nevica, non fa altro che nevicare, è una bufera, la Figueiredo de Magalhaes, di solito così trafficata, così chiassosa, oggi è silenziosa, si sentono solo le lacrime di Vitor, si avvertono i pensieri neri di Ferruccio, di Babbo Natale, che è un sopravvissuto. Nevica sui pensieri di uno, sulle lacrime dell’altro ed è in questo esatto momento che, stanco di aspettare, il Cristo Redentore decide di staccarsi dal piedistallo della statua che lo teneva ancorato alla collina del Corcovado, e di scendere per la foresta di Santa Tereza dove, ultimamente, turisti e viandanti sono stati derubati e uccisi a fiotti. Il Cristo di Pietra scende a passi pesanti attraverso la neve, scende con la consueta postura, con le braccia aperte attraverso il sentiero che, dal Jardim Botanico, conduce alla collina del Corcovado. Il Cristo scende mentre nevica da impazzire, nevica come Dio comanda, il Cristo scende e sorprende un bandito infreddolito, armato, solo, che aspettava qualche avventuriero al varco. Sorprende il bandito e lo abbraccia forte, con l’amore che solo il Gesù brasiliano sa trasmettere, quell’amore che perdona tutto, dimentica tutto, il Gesù di Pietra abbraccia il bandito poi lo lascia ammutolito, infreddolito, lo abbandona al suo destino. Gesù, passo passo, arriva fino alle strade asfaltate di Santa Tereza, e abbraccia tutte le persone che incontra sul cammino. Le abbraccia, le perdona e chiede loro perdono, le abbraccia tutte, una a una, abbraccia i componenti della banda di bossanova che hanno suonato poco e male nel ristorante Mineirinho, tra i tavoli disegnati a scacchi e i piatti fumanti di fagioli, li abbraccia anche se mentre suonavano erano annoiati, svogliati, li abbraccia perché tutti meritano di essere amati, almeno per qualche istante. Abbraccia, sotto una tormenta così fitta, così bianca che non si vede niente, abbraccia forte i genitori della bambina morta ieri a Lins e gli chiede perdono perché nemmeno lui riesce a capire nitidamente quali siano i progetti di Dio. Intanto continua a nevicare, nevica dappertutto, la temperatura è scesa a meno due, i carioca, compresi l’italiano Ferruccio e Vitor il portoghese, si sono rintanati in casa, Rio de Janeiro è una macchia bianca, indistinta, se osservata dall’alto si vede soltanto una grande statua di Pietra con le braccia aperte che cammina pesante per le strade strascicandosi a fatica tra i metri di neve, cercando disperatamente qualcuno da abbracciare. Ha già abbracciato tutti, non c’è più nessuno. Cristo deve tornare al suo posto, alla collina del Corcovado, e per farlo dovrà faticare, sudare, è una bella camminata, soprattutto con tutta questa neve.

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