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Barra da Tijuca non è Copacabana

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Barra da Tijuca non è Copacabana.

Osservo l’Avenida mentre salgo le scale del BRT. La stazione non è piena, non ricordo esattamente quale autobus devo prendere, se Madureira o Recreio, ne prendo uno a caso.

Dentro siamo in tanti, con le mascherine.

Qualcuno senza, perché mangia patatine con le mani unte di grasso. Poi passa le palme sullo schienale del sedile di chi le sta davanti, si pulisce sulla gonna e infila di nuovo le dita nel pacchetto. È una signora grassa, con la mascherina incastrata sotto il mento.

Un giovane dal fisico atletico grida:

–         Scusate, signori, se interrompo il silenzio della vostra corsa. Sono qui per proporvi l’acquisto dell’ultimo prodotto delle caramelle MENTOS. Se preferite le classiche alla menta… se invece volete le nuove multi gusto… in un negozio delle LOJAS AMERICANAS le troverete a 2 o 2 e 50; con me potrete approfittare della superofferta: un pacchetto a 1real!

(è magro, nero, con tutti i denti in bocca)

Io non esisto, o meglio, esisto perché osservo.

Qualcuno mi nota, mi guarda. Io guardo gli altri e gli altri mi guardano.

Il mio proposito iniziale, quello di trovare uno o una disposto a tornare con me a Copacabana e a piazzarsi davanti alle vetrine del negozio BAGAGGIO per poi raccontarmi cosa ci vede riflesso, sta svanendo, lasciando il posto a… PROPOSITO NENHUM!

Scendo, indifferente, a una fermata qualunque.

Passeggiando per Rio

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Decido di complicarmi la vita e ne cerco un altro.

Esco di casa senza mascherina (la metto in tasca). Cammino a passo non spedito lungo la Decio Vilares, scavalco un paio di barboni addormentati per terra, uno molto giovane è sdraiato su un pezzo di cartone, si sveglia, mi guarda, si nasconde il volto nel cartone e torna a dormire.

Entro nella Figueiredo, passo davanti al barbone che è in piedi, ha la barba folta bianca e si chiama Sergio.

–         Oi amigo – dice.

–         Bom dia – rispondo.

Cammino fino all’incrocio, osservo, dall’altra parte della strada la caserma dei carabinieri e vedo un uomo nero dentro a un BMW scuro che ascolta disco-music a palla. Attraverso, mi infilo la maschera e scendo nella metro.

Nel convoglio tutti indossano le mascherine. Io li osservo e cerco di sceglierne uno o una a cui possa chiedere d’accompagnarmi fino al negozio della BAGAGGIO. Non ho soldi; la loro dovrà essere un’opera di carità o di volontariato.

Coi volti nascosti non riesco a decifrarli, non riesco a decidere. Rifletto: meglio aspettare il momento giusto e non avere fretta. Si libera un posto, mi siedo. Vicino a me una ragazzina ascolta della musica. Si agita, muove le gambe. Ricordo una volta nella metro di Milano, linea gialla, avevo fissato una seduta con una psichiatra che mi era stata consigliata dal mio psicologo. Avevo troppi pensieri, non riuscivo a studiare. Ero angosciato e quando fissavo i miei amici, non sapevo chi stavano vedendo loro se mi guardavano. Chi c’era dietro ai miei occhi? Chi ero io che pensavo quello che pensavo? Che immagini riflettevano, o proiettavano, i miei pensieri?

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