Home Blog Pagina 3

Un Joker brasiliano

2

Ho visto il bellissimo film “Joker” di Todd Phillips in un cinema strapieno, qui a Copacabana.

Mi sono emozionato, irritato, ho amato l’abilità del regista di farci riflettere. Su cosa? Sul male e sul determinismo. Sì perché il quesito che Joker ci pone è questo: abbiamo davvero la possibilità di decidere quali saranno le nostre azioni o siamo indotti dagli eventi, dalla vita, dalle pressioni a prendere decisioni che poi forse non sono nemmeno le nostre?

Mentre vedevo il film mi è venuto in mente un racconto che ho scritto qualche anno fa. Ve lo propongo perché credo sia in tema e, soprattutto, sia brasiliano, ambientato qui, nella terra che ci siamo scelti per vivere (o siamo stati indotti dagli eventi ad abitarla?).

Si intitola “Il battesimo”. La raccolta da cui lo prendo è “Favelado” ed è stata pubblicata da Ofelia Editrice di Lecce.

Il battesimo

 Ci aveva provato a scrivere una parola diversa nel libro del destino, in fondo chi aveva detto che doveva seguire le orme del padre?

La vita di Dimitri era cambiata quando aveva conosciuto Giovanna, l’italiana che si occupava di bambini e adolescenti nella favela. Avevano fatto amicizia in un batter d’occhio. Lei, senza figli, bionda e procace, desiderosa di contatti e di poter aiutare finalmente qualcuno, felice di sentirsi utile, di interagire, di poter cambiare il corso delle cose sempre così irrimediabilmente amaro. E lui, quinto di sette figli che la madre ha generato da padri diversi (il padre Dimitri non l’ha conosciuto; del padre lui solo sa che è un poco di buono che entra e esce dalla prigione), lui, uno scugnizzo scuro e intelligente grazie al lavoro di domestica della madre nella casa di Giovanna, dentro alla favela, entra in contatto con l’italiana e i due cominciano a parlare nel terrazzo della casa di lei, vicino al Valão nella favela Rocinha, terrazzo dal quale si vedono le spalle della collina e quasi si contano le casettine che sulle pendici si arrampicano affannosamente, una sull’altra, una appiccicata all’altra. Dimitri e Giovanna si sdraiano su due amache e a lui non pare vero di poter perdere tempo senza che nessuno si lamenti di come lo sta impiegando. E’ abituato ad essere rimproverato, ad essere considerato un fannullone, a sentirsi nel posto sbagliato a fare la cosa sbagliata. Ma con lei è diverso.

Lei, mentre si aggiusta vanitosa la frangia, lo rispetta, lo ascolta, lo tratta come un adolescente di Milano, di Bologna o come un adolescente di un posto qualsiasi che ha necessità uguali e diverse a quelle di qualsiasi altro ragazzo.

  • Cosa ti piacerebbe fare, da grande? – gli chiede mentre il marito Francisco versa della birra nei bicchieri.
  • Parlare molte lingue, viaggiare…

Negli anni seguenti lo scugnizzo vive sotto l’ala protettiva dell’angelo biondo, dell’angelo italiano, e gironzola per la favela accompagnato da Francisco, il marito brasiliano, il marito favelado di lei. Gli amici di Dimitri, i figli dei conoscenti della madre di Dimitri lo prendono in giro perché in fondo lo invidiano. Loro non ce l’hanno fatta a seguire un progetto a lungo termine, a credere in un sogno. Ma lui ce la sta facendo, studia inglese e spagnolo in favela, in una scuola nella Travessa Liberdade con professori stranieri, volontari, viaggiatori. Dimitri studia e finalmente gli si presenta la grande occasione, cioè la possibilità di vivere sei mesi a Ibiza, in Spagna, e di lavorare come barman.

A Ibiza Giovanna ha degli amici, dei contatti di buon cuore che amano quello che lei sta cercando di fare con il ragazzo della favela Rocinha. Il ragazzo parte, Giovanna non lo può accompagnare e segue trepidante le sue gesta via mail e attraverso le fotografie. Si riempie di orgoglio quando lo vede bello e tatuato dietro al bancone; è a Ibiza, sta parlando spagnolo, probabilmente una delle biondine con cui si è fatto fotografare deve essere una fidanzatina o deve esserlo stata. Le foto confermano le speranze e quando l’italiana, in casa indaffarata come sempre, come sempre con Francisco a sistemare gli scatoloni delle donazioni e a cercare gli scontrini da presentare alla commercialista della ONG, quando l’italiana riceve la fredda telefonata del suo contatto spagnolo che le rivela “Il tuo ragazzino ha rubato, dobbiamo farlo tornare in Brasile, subito”, il mondo le crolla addosso. Tutto il suo lavoro, il suo lavoro di anni, tutto il suo affetto traditi così, da Dimitri.

  • E cosa ha rubato?
  • I portafogli di un paio di clienti e l’incasso della serata; se lo è speso da solo in una notte in discoteca, senza dirci niente.

“Una bravata, è stata una bravata” pensa Giovanna in piedi davanti a Francisco, meno attonito di lei e meno sorpreso.

  • Fatelo tornare che ci penso io.

L’anno successivo è complicato: il favelado si scusa, l’italiana come una madre lo scusa, lo forza a continuare gli studi, ci saranno nuove possibilità, lei ha contatti con un’organizzazione baiana, lui si è dimostrato un buon barman, nonostante tutto, e lei lo manderà a Porto Seguro. A patto che …

Lui finge interesse, sente anche una certa pena per Giovanna ma sa di aver già preso la sua decisione: si è associato a Marquinho, noto scassinatore e ladro di macchine, proprietario di due palazzine costruite, coi soldi della ricettazione dei ricambi d’auto, lontane dalla favela, in una zona di Milicia (la mafia composta da ex poliziotti e da poliziotti corrotti), proprietario anche di una gelateria in favela, nella Travessa Liberdade, accanto all’officina di Cenoura, Carota, un brasiliano dai capelli rossi. Dimitri di giorno sta studiando nella scuola di Giovanna (sempre meno convinto e con molte assenze) e di notte esce con Marquinho. Marquinho è smilzo, basso, agile, cinico e gli insegna come aprire le portiere delle macchine usando un fermacapelli, come accenderle senza chiave, gli insegna a rimanere freddo, a scegliere quando e come colpire. E gli spiega come abbordare una macchina al semaforo nei giorni più disperati nei quali tutto pare andare storto, gli spiega come mostrare la pistola al conducente e ai passeggeri, farli uscire rapidi e senza entrare in panico, poi sedersi al posto dell’autista, procedere agili nel traffico fino al deposito che Marquinho si è costruito a Jacarepagua’, stesso quartiere nel quale ha edificato le sue palazzine. Dimitri ubbidisce, osserva e apprende. Ma lui non è Marquinho; Marquinho è un calcolatore, non ha mai sparato un colpo, pensa solo ai soldi, a come farli in fretta, di giorno vende ghiaccioli e gelati ai bambini, di notte ruba macchine e poi ne rivende i pezzi e sta diventando ricco, quando sarà ricco smetterà di rubare.

L’ex amiguinho di Giovanna vede finalmente qualche soldo e si compra delle scarpe firmate Nike.

Le esibisce nuove fiammanti durante una lezione nella scuola dell’italiana; è Francisco a notarlo e ad avvisarla che è meglio allontanarsi dal loro pupillo, è meglio non coltivare false speranze. Lei non l’ascolta, lei è impulsiva e ci riprova, lo prende per un braccio davanti all’officina di Carota che, rosso come un peperone o come uno scozzese, e sudato, sta saldando un pezzo della carrozzeria di un’auto. Giovanna grida (facendo molta confusione, da perfetta napoletana):

  • Io so quello che stai facendo, io non ti permetterò di seguire queste inclinazioni, io ti salverò! – (mentre parla, con la lingua tra i denti e gli occhi strabuzzati, ha un’espressione molto buffa).
  • Devi smetterla di rompermi i coglioni! – replica il suo prediletto che poi la spinge e la fa cadere a terra davanti ai vetri della scuola e alle madri che sono venute a prendere i bambini … La sera però Dimitri va a trovarla nella sua casa nel Valão e piange e si scusa e promette che cambierà …

Oggi però si è svegliato pieno di adrenalina nella sua casettina, nel suo mini appartamento, è uscito e, sulla soglia, ha guardato il rigagnolo di fogna che, come un fiume, gli scorre davanti. Ha guardato l’acqua sporca e, pieno di energia com’è, è corso al Valão a spendere tutti i soldi che ha, in cocaina. Ha comprato quattro dosi da dieci reais e se le è sparate tra le dieci e mezzogiorno. All’una del pomeriggio, senza avvertire nemmeno l’ombra della fame, si è infilato nei bermuda l’arma, la pistola che usa nei colpi con Marquinho e ha chiesto a uno degli uomini dei moto taxi di accompagnarlo davanti alla filiale dalla banca Itau’ della via Avenida das Americas, a Barra da Tijuca, la stessa filiale nella quale una volta era andato con Giovanna a ritirare una parte dei soldi di una donazione degli amici spagnoli dell’italiana. Durante il tragitto in moto non ha pensato a niente. Si è sentito bene, si è sentito forte e sicuro. Ha chiesto all’autista del moto taxi di lasciarlo al parcheggio distante un centinaio di metri dalla banca, in uno sterrato un po’ isolato. Qui si è fumato una sigaretta, tranquillo. Nemmeno tanto drogato. Non ha pensato a Giovanna, non ha pensato alla madre domestica, non ha pensato alla sua casettina con la fogna davanti, non ha pensato alla fidanzatina con cui sta uscendo, una bella ragazza della favela alla quale lui riesce sempre a offrire un pranzo, una birra o la cena grazie ai soldi che guadagna con Marquinho. Ha pensato al padre mai conosciuto e, secondo la madre, in prigione. Ha pensato al padre cioè a un punto interrogativo, a un enigma. E, pistola nei bermuda, maglietta sopra i bermuda, scarpe Nike ai piedi, si è diretto verso la banca. Si è piazzato davanti ma un po’ scostato, nascosto dalle scale che, dalla strada, portano allo spiazzo. Il piano era attendere la persona giusta, quella con la faccia da ricco e rubargli la borsa, il cellulare e il portafogli. Poi darsela a gambe verso la spiaggia e dileguarsi tra gli alberi del canale. Calmarsi e tornare in favela in autobus.

Ma ecco che dalla porta scorrevole dell’istituto di credito esce Francisco, il marito di Giovanna, un favelado come lui che, grazie alla napoletana, ha cambiato vita. Francisco ha uno zaino sulle spalle e Dimitri sa che potrebbe essere pieno di soldi, dentro potrebbero esserci i soldi delle donazioni. Il negro si dirige verso l’Avenida das Americas, prenderà un taxi. Dimitri mette la mano sulla maglietta, sente la pistola e pensa di sparare ma non lo fa. Rimane nascosto dietro il muricciolo delle scale. Lo lascia andare via; lo vede che prende un taxi. Il ragazzino subito dopo però si pente d’esserselo lasciato scappare; era la preda ideale, se si fosse limitato a rapinarlo magari non l’avrebbero nemmeno denunciato. Lui e Giovanna gli vogliono bene, se avesse rapinato Francisco, quelli magari non lo avrebbero nemmeno detto alla polizia.

Dimitri si innervosisce e vede un signore elegante con la cravatta rossa e una ventiquattrore, e le scarpe marroni di pelle; fa un passo avanti, estrae la pistola dai bermuda.

  • Dammi tutto, filho da puta! – grida e l’uomo si spaventa, getta la valigia a terra e corre nella direzione della porta scorrevole. Lui raccoglie la valigia e rincorre il signore elegante, senza un motivo. Dalla banca esce un agente con la giacca antiproiettili che ha visto la scena, ha visto il ragazzo armato e l’uomo con la ventiquattrore.

Dalla porta scorrevole esce l’agente con la pettorina azzurra; il signore elegante si butta a terra.

Dimitri ha la ventiquattrore nella mano sinistra, nella destra la pistola, davanti a sé l’agente di sicurezza la cui espressione è persa, gli occhi scuri sono quelli di un uomo buono e lui non se li aspettava, lo scugnizzo si aspettava occhi diversi ad attenderlo.

Spara.

Spara più di cinque colpi e centra la testa dell’agente. La pettorina protegge il corpo non la testa. L’uomo cade a terra, anche il tipo elegante è a terra e si rotola spaventato; Dimitri con la valigetta stretta nella mano, manco fosse un feticcio, corre verso la scalinata e poi nella direzione della spiaggia e del canale.

Areoporto di Fortaleza: La truffa all’ufficio di cambio

5

Recentemente rientrato dal Brasile vorrei segnalare un’anomalia all’ufficio di cambio valute dell’aeroporto di Fortaleza.

cambio ufficiale euro/real : 1€ > 4,45 R$

Mi reco allo sportello e chiedo quale sia il valore di giornata del cambio:

cambio proposto euro/real : 1€ > 4,06 R$

Specifico che non voglio cambiare dollari ma bensì euro, mi viene risposto che si quello è il cambio riferito a euro > real. Stranamente molto simile a quello del dollaro.

Morale della storia ho cambiato la settimana successiva nella cittadina di Combuco presso una casa di cambio a 4,41 R$ (cambio ufficiale 4,53).

Al ritorno, in aeroporto ho voluto verificare di nuovo: stessa storia. Alchè spiego la situazione al funzionario che sorridendo fa spallucce e si congeda.

La mia sensazione mi dice che probabilmente allo sportello incassano euro come se fossero dollari con il cambio chiaramente più basso. Prima di chiudere la pratica sostituiscono gli euro con dollari ed il gioco è fatto: la truffa servita su un piatto d’argento.

Voi cosa ne pensate?

L’articolo di Lucio e una mano tesa a chi è all’ascolto

135

Prima di presentarvi l’articolo che ha scritto Lucio, noto frequentatore del Blog, voglio dirvi due parole.

Riferendomi al tenore di alcuni dei messaggi ai precedenti post, vorrei farvi riflettere sul fatto che la tanto celebrata “imparzialità” di opinione per un giornalista o scrittore non esiste. L’unica cosa che conta è l’onestà, nel senso che chiunque scriva qualsiasi articolo di giornale, racconto, romanzo o anche un semplice post, manifesta esplicitamente, o tra le righe, la sua opinione. E’ normale, è giusto che sia così. Sforzarsi d’essere imparziali è sbagliato. Giusto è invece, a parer mio, essere onesti intellettualmente e dichiarare da quale parte si sta.

Io, come già vi ho detto, sono di sinistra. E anche Lucio, il cui articolo riporto qui sotto, è di sinistra.

Ma veniamo alla mano tesa: vorrei che questo Blog diventasse uno strumento di dibattito non tanto e non solo per noi che dibattiamo ma per i migliaia di lettori e lettrici che ci osservano. Noi che dibattiamo con passione sicuramente non ci convinceremo a vicenda e non retrocederemo di un passo dalle nostre convinzioni, ma chi ci legge può farsi una idea di ciò che sta succedendo in Brasile, delle idee e passioni che stanno attraversando le menti e i cuori di chi vive dalle nostre parti, attraverso il Blog.

Quindi: propongo a quanti leggono e hanno idee opposte alle mie di scrivere uno o più articoli su questi stessi argomenti. Scriveteli e inviateli a matteogennari@gmail.com, e io li pubblicherò qui, nel Blog, integralmente, anche se, probabilmente, non ne condividerò le opinioni.

Segue l’articolo di Lucio dal titolo:

L’ORRORE DEL BRASILE NEGLI ULTIMI VENTI ANNI

In un precedente articolo Matteo affermava che di “socialista” (orrore!) il Brasile di Lula e Dilma non aveva nulla. Io, analizzando i provvedimenti reali che venivano presi via via negli anni, ho definito il PT un partito di centro, essendo questo centro la risultante di alcune cose più a “destra” e altre più a “sinistra” (notare le virgolette… sorvoliamo sulle definizioni se no non la finiamo più).
Ma, se qualcosa più a sinistra ha fatto, significa che qualcosa di “socialista” (orrore!) c ́è stata.

1) RADDOPPIO DELL ́INVESTIMENTO IN EDUCAZIONE E SALUTE PUBBLICA dal 2 al 4% ciascuna (sul totale della spesa pubblica, stipendi esclusi). Questa è una cosa certamente in direzione “socialista” (orrore!) e certamente non è piaciuta alle diffuse e potenti lobbies private del settore. Questo il dettaglio per l’ educazione; come vedete, appena cacciata Dilma, hanno subito corretto l ́”orrore”:
2006 – 2.27%
2008 – 2.57%
2011 – 3.18%
2014 – 3.73%
2015 – 3.91%
2016 – 3.70%
2017 – 3.26%

2) DINAMICA SALARIALE degli ultimi decenni.
A partire dagli anni 80 in quasi tutto il mondo s ́è instaurata una situazione di diminuzione della parte del prodotto nazionale che va ai salari e un aumento di quella che va ai profitti, con parallelo aumento della disuguaglianza sociale fra classi alte e basse, lo sanno pure le capre.
Qui sotto il dettaglio per l ́America Latina: come vedete il Brasile fa eccezione; dopo lo schiacciamento degli anni 90, con Lula la fetta salariale della torta torna a crescere (orrore!):

Questo non significa che gli imprenditori si siano impoveriti, significa solo che si sono arricchiti un po’ meno dei lavoratori, percentualmente (orrore!). E aggiungo che nel periodo in questione gli investimenti privati ed esteri sono continuati alla grande e la pressione fiscale s ́è tenuta stabile al 32-35% (dieci punti meno dell ́Italia).
A proposito, oltre al Brasile c ́è un altro paese al mondo che ha aumentato la fetta salariale negli ultimi venti anni: la Russia di Putin, non a caso un altro paese pieno di “orrori”…
Qui vediamo il dettaglio per i soli salari (pensioni escluse) dal 1995 al 2011:

Veniamo al salario minimo reale (già depurato dall’inflazione): raggiunto il massimo intorno al 1960, inizia a diminuire, dimezza durante la dittatura e ancor di più nei governi liberisti post dittatura raggiungendo il minimo storico alla fine del periodo FHC. Aumenta di nuovo solo con Lula fino a raddoppiare dal minimo
(orrore!):

Altro grafico, dinamica interna ai salari (sempre reali). Aumentano robustamente tutti, ma quelli dei poveri-non-bianchi aumentano del 51%, quelli dei bianchi aumentano “solo” del 28% (orrore!):

Concludendo, come qualsiasi economista del mondo sa benissimo (ci sono in giro centinaia di articoli e studi internazionali in proposito, impossibile negare l ́evidenza), nell’era PT qualcosa di “socialista” fu fatta, VERAMENTE migliorarono molto le condizioni di vita dei poveri e della classe lavoratrice, VERAMENTE diminuì la disuguaglianza sociale. E questo senza impoverire i ricchi, senza aumentare le tasse e perfino abbassando il debito pubblico!
Un ́eresia planetaria, un “orrore” che bisognava eliminare alla svelta e senza pietà.

Economia