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Passeggiando per Rio

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Decido di complicarmi la vita e ne cerco un altro.

Esco di casa senza mascherina (la metto in tasca). Cammino a passo non spedito lungo la Decio Vilares, scavalco un paio di barboni addormentati per terra, uno molto giovane è sdraiato su un pezzo di cartone, si sveglia, mi guarda, si nasconde il volto nel cartone e torna a dormire.

Entro nella Figueiredo, passo davanti al barbone che è in piedi, ha la barba folta bianca e si chiama Sergio.

–         Oi amigo – dice.

–         Bom dia – rispondo.

Cammino fino all’incrocio, osservo, dall’altra parte della strada la caserma dei carabinieri e vedo un uomo nero dentro a un BMW scuro che ascolta disco-music a palla. Attraverso, mi infilo la maschera e scendo nella metro.

Nel convoglio tutti indossano le mascherine. Io li osservo e cerco di sceglierne uno o una a cui possa chiedere d’accompagnarmi fino al negozio della BAGAGGIO. Non ho soldi; la loro dovrà essere un’opera di carità o di volontariato.

Coi volti nascosti non riesco a decifrarli, non riesco a decidere. Rifletto: meglio aspettare il momento giusto e non avere fretta. Si libera un posto, mi siedo. Vicino a me una ragazzina ascolta della musica. Si agita, muove le gambe. Ricordo una volta nella metro di Milano, linea gialla, avevo fissato una seduta con una psichiatra che mi era stata consigliata dal mio psicologo. Avevo troppi pensieri, non riuscivo a studiare. Ero angosciato e quando fissavo i miei amici, non sapevo chi stavano vedendo loro se mi guardavano. Chi c’era dietro ai miei occhi? Chi ero io che pensavo quello che pensavo? Che immagini riflettevano, o proiettavano, i miei pensieri?

La pioggia a Rio

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Piove a secchi, “chove a cântaros” si dice in portoghese. Siqueira Campos è zuppa fino all’orlo, dai tombini escono rivoli che inondano le scale della metro, tutti s’affrettano sotto gli ombrelli. Rio è una città che ogni volta che piove ti fa pensare quanto è impreparata alla pioggia.

Torrenti all’incrocio fra la Figueiredo e la Santa Clara e il semaforo è rosso. Ci appostiamo in due, io col mio k-way giallo della DECATHLON e una signora con una maglietta a maniche corte coi capelli bagnati, il collo bagnato, i vestiti bagnati, ci appostiamo sotto alla tettoia di un negozio di scarpe e abbigliamento maschile e prendiamo la rincorsa perché, al verde, vogliamo scattare, saltare la pozza ed evitare di inzupparci i piedi e i calzini nell’acqua che sta uscendo dai tombini.

Rio de Janeiro è assolata, 40 gradi all’ombra, l’asfalto è bollente, mi sudano anche i piedi al contatto con i sandali, i vestiti sono un ostacolo, una pena, l’unica soluzione è gettarci tra le onde o chiuderci in casa con l’aria condizionata accesa. Gli autobus che passano coi finestrini aperti, e quindi senza aria condizionata, ci fanno pensare ai detenuti nei campi di sterminio e scrivo “ci” perché m’illudo di rappresentare qualcuno, oltre a me stesso.

Tutti si lamentano del caldo, i venditori ambulanti si lamentano, le commesse del negozio BOTICARIO si lamentano, si lamentano del caldo gli autisti degli autobus quando parlano a chi, salendo, mentre paga in contanti o passa la tessera sopra al sensore, gli rivolge la parola.

–         Uno, due, tre e… via! – il verde è appena scattato, ho contato a voce alta in italiano, la signora accanto a me mi ha guardato, ha sorriso e siamo partiti all’assalto della pozza in un comune sforzo fisico che assomiglia al salto in lungo praticato da ragazzini durante le lezioni di ginnastica o alle gare di atletica delle Scuole Medie.

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