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La pioggia a Rio

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Piove a secchi, “chove a cântaros” si dice in portoghese. Siqueira Campos è zuppa fino all’orlo, dai tombini escono rivoli che inondano le scale della metro, tutti s’affrettano sotto gli ombrelli. Rio è una città che ogni volta che piove ti fa pensare quanto è impreparata alla pioggia.

Torrenti all’incrocio fra la Figueiredo e la Santa Clara e il semaforo è rosso. Ci appostiamo in due, io col mio k-way giallo della DECATHLON e una signora con una maglietta a maniche corte coi capelli bagnati, il collo bagnato, i vestiti bagnati, ci appostiamo sotto alla tettoia di un negozio di scarpe e abbigliamento maschile e prendiamo la rincorsa perché, al verde, vogliamo scattare, saltare la pozza ed evitare di inzupparci i piedi e i calzini nell’acqua che sta uscendo dai tombini.

Rio de Janeiro è assolata, 40 gradi all’ombra, l’asfalto è bollente, mi sudano anche i piedi al contatto con i sandali, i vestiti sono un ostacolo, una pena, l’unica soluzione è gettarci tra le onde o chiuderci in casa con l’aria condizionata accesa. Gli autobus che passano coi finestrini aperti, e quindi senza aria condizionata, ci fanno pensare ai detenuti nei campi di sterminio e scrivo “ci” perché m’illudo di rappresentare qualcuno, oltre a me stesso.

Tutti si lamentano del caldo, i venditori ambulanti si lamentano, le commesse del negozio BOTICARIO si lamentano, si lamentano del caldo gli autisti degli autobus quando parlano a chi, salendo, mentre paga in contanti o passa la tessera sopra al sensore, gli rivolge la parola.

–         Uno, due, tre e… via! – il verde è appena scattato, ho contato a voce alta in italiano, la signora accanto a me mi ha guardato, ha sorriso e siamo partiti all’assalto della pozza in un comune sforzo fisico che assomiglia al salto in lungo praticato da ragazzini durante le lezioni di ginnastica o alle gare di atletica delle Scuole Medie.

Muore di covid il comico Paulo Gustavo

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Davanti all’ospedale Copa Star, a un centinaio di metri da casa mia, c’erano reporter, cameraman e curiosi.

È una clinica per ricchi e ricchissimi.

Io andavo al mercato, all’Extra, a scambiare due barattoli di cera liquida, di una marca non gradita da mia moglie, con tre bottiglie di tè Mate gelato. In tasca tenevo lo scontrino.

–         Che succede? – ho chiesto.

–         Quell’attore… – mi ha risposto una vecchietta.

–         Paulo Gustavo! – ha detto una ragazza che attraversava la strada vicino a me, con una maschera nera su bocca e naso.

Sono entrato nel mercato, ho parlato con una signora bionda che mi ha pregato di fare in fretta perché stava finendo il turno.

Ho raggiunto il frigorifero, ho preso le bottiglie e sono tornato da lei. Mi ha fatto passare dalla cassa dove lo scambio è stato registrato, mi sono fatto dare un sacchetto in cui ho infilato il tè, e sono uscito.

Davanti all’ospedale continuava la confusione, una donna di 30 anni piangeva mentre parlava in una videochiamata.

Record, Band, Globo, tutte le televisioni erano presenti. I reporter, spesso donne bianche di bell’aspetto, recitavano i dati, informavano gli spettatori di fronte a telecamere appoggiate su treppiedi.

Le telecamere erano maneggiate da tecnici di pelle nera.

Ho immaginato di filmare anch’io col cellulare, ho preso l’apparecchio ma ci ho subito ripensato e sono tornato a casa.

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