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La ricetta di Roubini : svalutare l’euro del 30%

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A chi riteneva  l’intervento di Dilma in conclusione del vertice dei BRICS troppo duro ma ecco la proposta di Roubini al Workshop Ambrosetti di Cernobbio  

L’Europa, ha detto in sintesi, deve trovare il modo per far ripartire la crescita, nel giro di un anno al massimo. Altrimenti tutti i sacrifici che i governi stanno imponendo ai cittadini si riveleranno inutili. Per questo occorre che la Bce riduca ulteriormente i costo del denaro, a livelli americani, e utilizzi tutti gli strumenti per aumentare la liquidità. Tra le situazioni più a rischio quella spagnola, per la quale ha evocato il “rischio Grecia”.

Capite quindi quanto sia complesso prevedere in futuro il valore del rapporto di cambio euro/real . Da un lato Dilma tenta con un complesso di manovre di svalutare il Real , dall’altro la necessità riconosciuta per l’ Europa di svalutare , fortemente ed in tempi rapidi, l’euro .
Dove penderà il piatto della bilancia ballerina ? Per il momento sembra che le dichiarazioni di Dilma abbiano sortito un certo effetto ed effettivamente il Real è sceso , ma attenzione nel prossimo futuro alla “profezia ” di Roubini . 

Nel frattempo nel tartassato Sud dell’Italia …

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si “scopre”  che oltre a pagare per servizi inesistenti ” i cittadini del Sud continuano a pagare più tasse di quelli del Nord e del Centro ” ( in proporzione al PIL ) . Lo sostiene  lo SVIMEZ … ma non si era detto sempre il contrario ?! 





Le entrate tributarie schizzano in venti anni, dal 1991 al 2010, del 150 per cento al Sud e dell’81 per cento al Centro-Nord: è la fotografia dello stato dei Comuni meridionali che emerge dal primo Rapporto annuale Svimez sulla finanza dei Comuni, sulla base di dati del ministero dell’Economia e del ministero dell’Interno. In termini pro capite – spiega lo studio – negli ultimi venti anni le entrate tributarie sono raddoppiate nei comuni del Centro-Nord, passando da 222 euro nel 1991 a 402 euro nel 2010, mentre al Sud sono triplicate: i 119 euro del 1991 sono lievitati fino a 298 euro nel
2010. I cittadini del Sud, prosegue il rapporto, continuano a pagare più tasse di quelli del Nord e del Centro: nel 2010 ogni cittadino del Sud ha versato 298 euro procapite, contro i 385 del Centro e i 410 del Nord. In termini di peso sul Pil le cifre cambiano: il peso delle entrate tributarie sul Pil al Sud è dell’1,74%, al Centro dell’1,34%, al Nord dell’1,36%. Il
Sud quindi si trova a pagare +0,38% di Pil di tasse rispetto al Nord.




Fonte :Il denaro.it

Nel frattempo in Cina …

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Após rumores de golpe de Estado, China fecha 16 sites e detém seis

Governo também censurou ferramentas de microblogs.
País tem a maior comunidade de internautas do mundo: 513 milhões.

O governo da China deu neste sábado (31) um novo golpe à liberdade de expressão na internet ao fechar 16 sites, censurar duas das mais populares redes sociais do país e deter seis pessoas em Pequim, depois que na semana passada circularam na rede rumores sobre um golpe de Estado.

As páginas fechadas nesta operação, considerada uma das maiores intervenções das autoridades chinesa contra a internet, são, entre outras, populares foros como “meizhou.net”, “xn528.com” e “cndy.com.cn”, informou a agência oficial “Xinhua”.
A medida também afetou as alternativas dos internautas chineses para o Twitter: os serviços de microblog mais populares do país, o “Sina Weibo” e o “QQ”, terão bloqueada até o dia 3 de abril a opção de deixar comentários.
Além dos seis detidos por “fabricar ou disseminar rumores online”, esta operação, anunciada durante a madrugada e da qual participou a Segurança Pública de Pequim, inclui as “reprimendas” de outras pessoas que participaram da difusão dos rumores, assinalou o Escritório Estatal de Informação na Internet, responsável por controlar os conteúdos na rede chinesa.
Na semana passada circularam pelas redes sociais chinesas informações sobre supostos disparos na Praça da Paz Celestial e veículos militares entrando em Pequim, até o ponto em que vários meios de comunicação estrangeiros investigaram a possibilidade de um golpe de Estado.
Estes rumores “causaram uma influência muito ruim na opinião pública”, afirmou neste sábado o Escritório Estatal de Informação na Internet.
Apesar dos fortes controles de conteúdo, a China tem a maior comunidade de internautas do mundo – 513 milhões -, e muitos cidadãos confiam mais nas redes sociais e nos foros online para informar-se, já que neles aparecem dados não publicados pelos veículos oficiais.
Fonte : O globo 

Sono accusati di aver “fabbricato e diffuso voci online” con una “cattiva influenza sul pubblico”. E’ finita così la vicenda del falso golpe la cui notizia era stata diffusa su siti cinesi di microblogging la settimana scorsa: sei gli arrestati e sedici siti chiusi per aver detto che “veicoli militari sono entrari a Pechino”.

Le autorità hanno colpito soprattutto Weibo e Tencent.qq, due cloni di Twitter molto diffusi in Cina. La polizia ha inoltre fatto sapere di aver ‘ammonito ed educato’ coloro che hanno dimostrato intenzione di diffondere quelle notizie. I due siti saranno bloccati fino al 3 aprile.

La polizia di Pechino, in un comunicato ha chiesto agli internauti cinesi di “obbedire alle leggi ed essere vigilanti sulle voci incontrollate su internet, che disturbano l’ordine pubblico e minano la stabilità sociale e meritano così punizioni”.

I due giganti del web hanno riferito che le misure restrittive resteranno in vigore fino al 3 aprile. “Le voci e informazioni illegali e nocive propagate attraverso microblog hanno ripercussioni sociali negative, e i commenti contengono un’ampia quantità di informazioni nocive” si legge sul sito della Tencent, peso massimo dei social network e videogame in Cina.

 “Dal 31 marzo alle 8 del 3 aprile la funzione ‘commenti’ di Weibo sarà temporaneamente sospesa” ha indicato dal canto suo la Sina, che gestisce il principale sito di instant blogging cinese Sina Weibo.

Fonte : La Repubblica 

Selling Italy by the pound

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Parafrasando il titolo di un famoso album dei Genesis ” Sellin England by the pound ” , vendendo l’Inghilterra a peso possiamo dire lo stesso dell’ ” appello ” del nostro governo verso la Cina . Monti  ” vucumprà ” è arrivato : sotto con le offerte 

Mario Monti atterra a Pechino e in Italia si moltiplicano gli elenchi di ciò che il nostro Paese offre in saldo alla Cina. E’ bastata una presunta battuta di Hu Jintao a Seul, “dirò di investire in Italia”, perché esplodesse un’offerta infinita di imprese, infrastrutture e prodotti finanziari nostrani pronti a gettarsi nelle braccia del Dragone. A Pechino però nessuno conferma che l’invito del presidente cinese, in ogni caso una vaga formula di cortesia, sia mai stato effettivamente pronunciato. In attesa di chiarire il mistero, quando nelle prossime ore Monti incontrerà il premier Wen Jiabao e il suo vice Li Keqiang, affinché le relazioni economiche Italia-Cina si approfondiscano realmente, può essere utile uscire da annosi equivoci.
 Alcune domande, visto che qualcuno è arrivato al punto di ammonire che adesso “tocca all’Italia meritarsi i cinesi” sono d’obbligo. Ammesso che Pechino voglia accendere il semaforo verde sull’Italia, questo significa che fino ad oggi Hu Jintao e il vertici del partito comunista cinese hanno vietato di investire nel Bel Paese? Per quale ragione? In Europa c’è realmente qualcuno convinto che nella Cina di oggi il segretario del partito fondato da Mao abbia il potere di indirizzare con una parola il flusso dei capitali, pubblici e privati, destinati all’estero?

Nell’autunno 2011, quando già in Italia si esultò per presunti investimenti cinesi, mai avvenuti, Pechino ebbe modo di chiarire la sua idea di ” sbarco in Italia ” , l’interesse esiste per il business, per fare affari, non per prestare denaro a fondo perduto, gonfiandosi di imprese decotte e titoli di stato non remunerativi. Tradotto: la Cina è disponibile, verso l’Italia come verso qualunque altra nazione, ma la logica è investire denaro per guadagnarne di più, non per salvare l’Occidente a proprie spese. Se così è, resta da capire per quale ragione il capitalismo democratico italiano, che non perde occasione per autocertificarsi liberista, debba esultare se il leader di Pechino, ricorrendo alla forza del vecchio statalismo autoritario di un partito comunista, dichiara di voler imporre investimenti nel nostro Paese. 


Perché se il Dragone spendesse in Italia, facendo incetta di porti, autostrade, compagnie aeree, ferrovie, banche, buoni del tesoro, aziende hi-tech e brevetti, lo farebbe a tre condizioni: assicurarsi il controllo dei beni acquisiti, attingere da essi tecnologia e poterli gestire secondo il sistema cinese. Per l’Italia ai saldi di fine stagione, questo equivarrebbe consegnare i gioielli di famiglia non tanto alla seconda economia del mondo, ma alla più forte economia socialista, ossia di Stato, della storia. Davvero gli imprenditori e i partiti italiani non vedono l’ora di trasformarsi in un micro-ingranaggio della differenziazione cinese, per essere amministrati come gli altri vecchi carrozzoni pubblici (a partire dalle banche) che sono la palla al piede della prima frenata della crescita di Pechino? 


Mentre Mario Monti si appresta a iniziare la visita più importante e difficile del suo tour asiatico, è opportuno ricordare che i tecnocrati della Cina non sono affatto ingenui: non regaleranno nulla, rischiando una rivolta popolare nell’anno della decennale transizione del potere, e sanno bene che se gli affari proposti da Roma fossero tanto convenienti, qualcun altro li avrebbe già fatti. Pechino ha interesse nella stabilità dell’euro e nella ripresa europea, ossia nei suoi consumi, per rilanciare il proprio export. Illudersi che a questi interessi nazionali si sia aggiunta un’inedita filantropia esterofila, e in particolare che questa possa attingere ai 550 miliardi di euro a disposizione del fondo sovrano cinese, potrebbe indurre per l’ennesima volta un gelido risveglio. 


Fino a poche settimane fa Roma e Bruxelles dichiaravano che l’euro e i bilanci statali della Ue dovevano “essere salvati dall’Europa e dagli Stati nazionali”: cos’è cambiato nel frattempo? Dare all’Asia l’impressione che senza l’intervento delle sue potenze, dalla Corea del Sud, al Giappone e alla Cina, la zona euro non ce la fa, potrebbe essere assai pericoloso. Alle questioni di opportunità economica e finanziaria, si aggiunge infine un quesito politico. Il premier italiano approda a Pechino con l’intenzione di affrontare con gli interlocutori cinesi anche i problemi legati al rispetto dei diritti umani, alla libertà di espressione e alla repressione del dissenso, alla colonizzazione del Tibet e allo sfruttamento dei lavoratori nelle fabbriche? 


Un premo Nobel per la pace, Lia Xiaobo, langue in carcere e nell’ultimo anno trenta monaci tibetani si sono dati alle fiamme: sono temi all’altezza di una visita ufficiale, pur di taglio economico, oppure l’agenda politica dei valori maggioritari nella popolazione e nei partiti italiani, è ormai esclusa dalle relazioni tra i governi? Gli investimenti della Cina in Italia, che in un quadro di chiarezza ognuno si augura, non sono un auspicio finanziario astratto: significano l’ingresso di Pechino nella vita degli italiani, con tutto ciò che questo comporta anche in termini politici e sociali. Mario Monti, tutto questo, lo sa bene: è la ragione per cui in Cina nessuno si aspetta che si limiti a presentare la lista di un’Italia da battere all’asta per chi offre di più.

Fonte : La Repubblica 


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