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Il lavoro ai tempi della crisi

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L’amico Roberto di Torino mi ha segnalato la storia che segue apparsa sul quotidiano La Stampa . In allegato questo suo messaggio : é triste ma é la verita’ che ci aspetta  nel futuro : la differenza é che stanno emigrando i laureati.
A Roberto rispondo che concordo con quanto affermato nel messaggio tranne che per la parola : futuro . Non è futuro , forse lo è per Torino , ma per noi laureati  al Sud è storia passata ,  è sempre stato così . 
Vorrei approfittare della occasione per dare un consiglio ai molti laureati e diplomati che mi scrivono di volersi trasferire in Brasile per lavoro . Se emigrate in Europa è molto probabile che riusciate ad utilizzare a pieno il vostro titolo di studio , al contrario , in Brasile il nostro titolo di studio non è valido e va rivalidato per mezzo di un procedimento abbastanza lungo e burocratico .
Chi volesse intraprenderlo valuti bene i pro ed i contro . Se siete  giovani  ne vale la pena   ma, se avete già una età ” avanzata ” per il mercato del lavoro , è meglio lasciar perdere e riciclarsi in altra attività  aprendo una  società oppure , se non si è in possesso di un visto  permanente , richiedendo il visto per investimento . 
Insomma non date per scontato che all’estero incontrerete il lavoro che il vostro titolo di studio vi consente . Alcune volte provate a considerare la vostra formazione universitaria come propedeutica alla vita lavorativa ma non necessariamente una limitazione . Provate ad esempio a trasformare il vostro hobby , se ne avete uno , in lavoro . Guardatevi attorno attentamente alla ricerca del vostro spazio lavorativo ideale . Questo può richiedere anche mesi o anni  , l’importante è non desistere . Evitate di andare controcorrente : se vi trovate in una città di mare , votata al turismo , vi inserirete molto più facilmente in questo settore che in altri . Osservate attentamente le abitudini delle persone che vivono sul posto e capitene le necessità . Soddisfare una necessità specifica è il cuore di un qualsiasi business .


Viola vive a Roma ha trentotto anni, è laureata e disoccupata. Scoraggiata nel profondo, ha chiuso l’anno con la rinuncia definitiva a cercarsi un lavoro in Italia. La sua ricerca quotidiana di una nuova occupazione l’ha impegnata a tempo pieno dal 2007, dopo che l’azienda per cui ha lavorato per sei anni non le ha più rinnovato l’ultimo contratto a progetto. «Non mi hanno più confermato, ho cominciato a telefonare per chiedere spiegazioni, ma molto sorridenti mi hanno liquidato con il solito – ci faremo sentire – così in questi anni ho fatto il solo lavoro possibile, cercarne uno dalla mattina alla sera».

Per una disoccupata della sua età, con il suo profilo professionale, single e tutto sommato senza una provata indigenza, l’iscrizione alle liste del collocamento è un pro forma, ma senza alcuna speranza concreta di essere chiamata. «Onestamente quando ho capito che ero fuori mercato, nemmeno più mi sono fatta illusioni e ho smesso di andare a chiedere».

Nel frattempo Viola ha provato tutte le strade, disposta a impegnarsi anche in settori per lei nuovi. La costante risposta è stata sempre la stessa: troppo avanti di età e troppo «inutilmente» laureata.

«Sono andata persino a chiedere di lavorare al pubblico, in un grande outlet. Ho tentato pure la ricerca attraverso tutti i portali specializzati, ho risposto a 55 richieste per cui avevo le caratteristiche, compresa l’agente immobiliare, la segretaria da un dentista e la guardia giurata, mai nessuna risposta concreta».

Infine a capodanno Viola ha deciso di andare in Germania. «Voglio vedere cosa posso fare in questo paese che sembra che ci stia dando le mele». Questo lunedì ha salutato tutti i suoi amici su Facebook poi ha investito i suoi ultimi risparmi in un biglietto, 180 euro per un low cost per Brema, partenza oggi alle 15 dall’aeroporto di Fiumicino. Un fratello più fortunato la ospiterà per un mese nell’appartamentino che gli fornisce l’azienda per cui lavora. In cambio lei gli farà risparmiare un mese di colf. D’altronde lui è un informatico e un mercato ce l’ha. Lei con la sua laurea in Storia Moderna, ha capito che deve arrangiarsi, soprattutto in un’età in cui all’ aspetto è una teenager, ma per il mercato del lavoro è una vecchia ciabatta.

Una volta messo piede in Germania, tenterà l’avventura di un lavoro come fotografa a Berlino. «Proverò a trasformare il mio hobby per la fotografia in un possibile lavoro. Ho messo in valigia la mia Canon EOS 550B e un po’ di schede. So che a Berlino c’è un bel fermento e la creatività ha ancora un mercato. Ho il contatto di un amico già “espatriato”, laureato in storia del teatro e parla cinque lingue, ma in Italia non poteva sopravvivere scrivendo articoli per siti web».

Viola ha tutt’altro che l’aspetto di una derelitta, eppure su di lei sta passando, in maniera pesantissima, l’aspetto più angoscioso della crisi: la disoccupazione che equivale alla morte sociale. E’ una bella donna Viola, la sua famiglia appartiene alla media borghesia che ha ben lavorato negli anni felici e ora i suoi genitori potrebbero godersi la pensione, ma l’ultima dei loro figli non hanno fatto in tempo a sistemarla, la crisi per lei, come per tanti altri invisibili senza lavoro, è arrivata in anticipo.

Viola possiede un piccolo appartamento di proprietà, dove è vissuta fino a che ha potuto, ma ora è stata costretta ad affittarlo per tornare a vivere con i genitori. «Non è possibile a quasi 40 anni dormirenella mia cameretta di ragazza, avere mamma e papà addosso tutto il giorno, ma ho veramente fatto di tutto per cercare lavoro».

Anche la vita sentimentale di Viola è tracollata. «La perdita del lavoro ha condizionato moltissimo anche la storia con il mio ragazzo, che si è chiusa per crisi da disoccupazione. Dovevamo sposarci, lui all’inizio mi ha aiutato tantissimo, anche per pagare le rate della macchina fotografica, ma alla fine una donna abituata a lavorare costretta a stare a casa diventa insopportabile per chiunque». Viola sta facendo la valigia. La prossima spesa del suo esile budget saranno 30 euro per una brandina, che comprerà domani all’Ikea di Brema.



Fonte : La  Stampa

Retrospettiva

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Guardate attentamente questo video del 1999 , appena 11 anni fa . L’allora presidente del Brasiie , Fernando Henrique Cardoso , riceve una sonora ramanzina dai potenti dell’epoca che accusano il governo brasiliano di non ispirare fiducia negli investitori stranieri a differenza di altre paesi sudamericani come il Cile . Cardoso tenta una timida autodifesa invocando la difficile situazione internazionale . Che differenza rispetto al vigore di Dilma e del suo annuncio di fine anno . Per non dimenticare come  il Brasile era considerato 11 anni fa . Qualcosa è cambiato … o no ? 

Em 1999, o então presidente do Brasil Fernando Henrique Cardoso foi à Florença (Itália) em encontro de governantes dos países ricos da chamada terceira via.O Brasil estava quebrado, pendurado no FMI.
FHC fez o discurso da choradeira dos quebrados, pedindo aos líderes dos EUA e Europa, que criassem uma espécie de CPMF mundial para salvar o Brasil da fuga de capitais especulativos.Bill Clinton e Tony Blair, e Schroeder receberam mal a proposta. Clinton passou um verdadeiro sermão em FHC, sugerindo que faltava CONFIANÇA, HONESTIDADE, eficiência e boa governança sob FHC.
Enquanto que outros países resolveram estes problemas, citando Chile e Uganda, como exemplos para FHC seguir.Clinton e os demais líderes agiram na defesa dos interesses de seus países, que eram os vencedores naquela ordem mundial.FHC agiu mal, com incompetência política, ao não articular previamente ao encontro, para não passar esse vexame.E agiu pior, de forma humilhante e envergonhando o Brasil, ao não defender o país diante do sermão de Clinton (se é que tinha jeito, naquele governo submisso e dependente, sob intervenção do FMI).

2012 : la fine di un mondo

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Recentemente, prima di Natale, sono stato a visitare e studiare il mercato immobiliare della Spagna, in particolar modo quello della Costa Blanca ed a parte lo scenario desolante e di profonda contrazione economica che ho potuto percepire de visu (ci si perde a contare i cartelli “se vende” o “se alquila”), sono rimasto colpito dalla superficialità delle cronache di commento dei giornali spagnoli anche in coincidenza dell’insediamento del nuovo governo di Mariano Rajoy. Tra le tante esternazioni e frasi fatte che ho avuto modo di leggere e sentire anche alla televisione spagnola, ve ne è stata una che mi ha particolarmente colpito “vienen dos anos de vacas flacas” ovvero ci aspettano due anni di vacche magre. Sembra più un’affermazione prosaica che una valutazione di fatto macroeconomica.

Mi rendo conto infatti che sempre più persone e interlocutori legati al mondo del lavoro e dell’impresa hanno proiezioni di quello che li aspetta completamente fuorvianti o aberranti. In Italia non ne parliamo: imprenditori ed industriali ancora credono che quello che sta accadendo sia il frutto di un periodo di difficoltà transitoria di alcuni anni, dopo di che si ritornerà ad una normale situazione di crescita e prosperità economica.

 Niente di più lontano dalla verità. La crisi del debito sovrano è solo la prima fase del periodo di metamorfosi economica che contraddistingue le economie occidentali. Forse il “worst case scenario” lo abbiamo definitivamente schivato a fronte della exit strategy implementata dalla Banca Centrale Europea in questi ultimi mesi ovvero la giapponesizzazione dell’ economia europea, con tassi di interesse a livelli pavimentale, debito continuamente consistente ma controllato e crescita modesta, se non irrisoria. Per chi continua ad interrogarsi se il 2012 rappresenta la fine del mondo così come ci è stato trasmesso dalle riletture del famoso calendario Maya, la risposta è più che affermativa.

Solo che non si tratta della fine del mondo, ma la fine di un mondo, quello economico occidentale. Fenomeni e potenzialità di consumo ormai al limite della saturazione, crescita esponenziale del ricorso al debito per mantenere un determinato tenore di vita, polverizzazione della capacità produttiva delle economie occidentali, invecchiamento costante e progressivo delle loro popolazioni associato a flussi demografici di incremento inesistenti, determinano la fine di un mondo e del suo ruolo di locomotiva planetaria.

 Ad esempio noi italiani o i cugini spagnoli non torneremo mai più ai fasti ed alle glorie di crescita e traino economico che abbiamo vissuto durante l’inizio degli anni novanta. A fronte di un mondo che finisce, ne abbiamo un altro che ormai sta prendendo il suo posto, mi riferisco ai nuovi players planetari destinati a sostituirsi in tutto a noi occidentali, pensate che l’indebitamento medio di un paese cosiddetto emergente (un tempo) si attesta a meno del 40% sul PIL, contro un 80% di media dell’economia occidentale.

Purtroppo non possiamo fare niente, solo assistere passivamente a questa trasformazione, al massimo tentare di prenderne parte come comparse sullo sfondo. La Cina ad esempio si sta riprendendo il ruolo di economia predominante nel mondo, ruolo che ha avuto e mantenuto sino al 1900, quando è stata scalzata dall’Inghilterra.

Oltre ai superati BRIC, ora dobbiamo aggiungere anche i CIVETS (Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Sudafrica), ai quali io mi sento di affiancare anche i nuovi paesi di frontiera di mia individuazione come i CESTUZ (Congo, Etiopia, Sudan, Tanzania, Uganda e Zimbawe), tutte nazioni che stanno implementando politiche di crescita, emersione ed affrancamento sociale delle loro popolazioni al fine di incrementare i livelli di benessere personale. Per un mondo che finisce e si spegne invecchiando lentamente, ne abbiamo un altro che sta emergendo progressivamente con energia e forze vitali destinate a far esplodere tutto il loro potenziale di consumo nei prossimi decenni.


Questo è il 2012, la fine del primato economico in Occidente e la nascita di un nuovo equilibrio geoeconomico nel mondo rappresentato dall’emersione di giovani economie di frontiera ed il rafforzarsi nei prossimi anni di quelle un tempo chiamate emergenti.

Eugenio Benettazzo 

Tassi usurari applicati dalle carte di credito in Brasile

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Attenzione ad utilizzare il cosiddetto credito rotativo quando di paga per mezzo della carta di credito . L’interesse praticato dalle Banche brasiliane definirlo usurario è un eufemismo : 237,9%  . Il tasso è alto anche se comparato con gli altri Paesi sudamericani come la vicina Argentina dove l’interesse è del 50% , del Cile ( 40,7%) , Perù ( 40%), Messico ( 36,2%),Venezuela ( 29%),Colombia ( 28,5% ) .
Questo dato spiega il motivo della elevata inadempienza dei consumatori brasiliani nel pagamento di questo debito : il tasso di interesse è semplicemente impagabile !


O juro do cartão de crédito no Brasil é o mais alto na comparação com cinco países da América do Sul e o México, segundo pesquisa divulgada nesta segunda-feira pela Associação Brasileira de Defesa do Consumidor (Proteste). O brasileiro que recorre ao financiamento pelo chamado de crédito rotativo está submetido a uma taxa média de 237,9% ao ano. Essa taxa é quase cinco vezes superior à da Argentina, que aparece na segunda colocação e cuja taxa média chega a 50% ao ano.
A soma das taxas dos seis países não chega ao valor médio dos juros cobrados pelas operadoras de cartão de crédito no Brasil. “As condições econômicas dos países pesquisados, quando confrontadas com as do Brasil, mostram claramente que a taxa média dos juros praticados no Brasil realmente é exagerada; caso fosse a metade, ou seja, de 119% ao ano (equivalente a 6,75% ao mês) ainda seria maior que o dobro da segunda colocada”, diz a Proteste.
Atrás da Argentina aparece o Chile, com taxa média de 40,7%, seguido pelo Peru, com taxa de 40%, o México, com taxa de 36,2%, e a Venezuela, com taxa de 29%. A menor taxa entre os países analisados foi a da Colômbia, com taxa média de juros de 28,5% ao ano no cartão de crédito.
Os cartões de crédito, de acordo com a associação, têm sido o maior fator de endividamento dos consumidores porque as taxas cobradas no rotativo se tornam impagáveis. Em dezembro, uma pesquisa divulgada pela Boa Vista, administradora do Serviço Central de Proteção ao Crédito (SCPC), apontou que, entre os inadimplentes do País, 64,1% têm dívidas no cartão de crédito.

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