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L’Italia condanna 3 brasiliani: corruzione per l’ottenimento della cittadinanza

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il Tribunale di Siracusa ha condannato tre brasiliani per corruzione.  Il terzetto brasiliano avrebbe fatto acquisire, dietro lauti compensi, la cosiddetta cittadinanza italiana “iure sanguinis” a decine di cittadini brasiliani, poi arrivati in Italia e dal nostro Paese diretti, spesso, verso altre destinazioni europee.

Zanatta Cleber (sei anni e otto mesi di carcere), sua moglie, Sabrina dos Santos (tre anni e quattro mesi), e suo fratello, Diego Zanatta (quattro anni)

Secondo l’accusa hanno aiutato circa 500 cittadini brasiliani a ottenere illegalmente la cittadinanza italiana pagando dipendenti pubblici – poche centinaia di euro per caso – per facilitare il procedimento.

Condannati anche Antonio Mameli, dipendente dei servizi demografici di Augusta (quattro anni e otto mesi di prigione); Angelo Zappulla, responsabile dell’ufficio di stato civile del comune di Floridia (quattro anni); e Carmelo Lo Giudice, dipendente dello stesso organismo (tre anni).

Il battesimo

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Ci aveva provato a scrivere una parola diversa nel libro del destino, in fondo chi aveva detto che doveva seguire le orme del padre?

La vita di Dimitri era cambiata quando aveva conosciuto Giovanna, l’italiana che si occupava di bambini e adolescenti nella favela. Avevano fatto amicizia in un batter d’occhio. Lei, senza figli, bionda e procace, desiderosa di contatti e di poter aiutare finalmente qualcuno, felice di sentirsi utile, di interagire, di poter cambiare il corso delle cose sempre così irrimediabilmente amaro. E lui, quinto di sette figli che la madre ha generato da padri diversi (il padre Dimitri non l’ha conosciuto; del padre lui solo sa che è un poco di buono che entra e esce dalla prigione), lui, uno scugnizzo scuro e intelligente grazie al lavoro di domestica della madre nella casa di Giovanna, dentro alla favela, entra in contatto con l’italiana e i due cominciano a parlare nel terrazzo della casa di lei, vicino al Valao nella favela Rocinha, terrazzo dal quale si vedono le spalle della collina e quasi si contano le casettine che sulla collina si arrampicano affannosamente, una sull’altra, una appiccicata all’altra. Dimitri e Giovanna si siedono su due amache e a lui non pare vero di poter perdere tempo senza che nessuno si lamenti di come lo sta impiegando. Dimitri è abituato ad essere rimproverato, ad essere considerato un fannullone, è abituato a sentirsi nel posto sbagliato a fare la cosa sbagliata. Ma con Giovanna è diverso. Giovanna, mentre si aggiusta vanitosa la frangia, lo rispetta, lo ascolta, lo tratta come un adolescente di Milano, di Bologna, lo tratta come un adolescente di un posto qualsiasi che ha necessità uguali e diverse a quelle di qualsiasi altro ragazzo.

  • Cosa ti piacerebbe fare, da grande? – gli chiede lei mentre il marito Francisco versa della birra nei bicchieri.
  • Parlare molte lingue, viaggiare …

Negli anni seguenti lo scugnizzo vive sotto l’ala protettiva dell’angelo biondo, dell’angelo italiano, e gironzola per la favela accompagnato da Francisco, il marito brasiliano, il marito favelado di lei. Gli amici di Dimitri, i figli dei conoscenti della madre di Dimitri lo prendono in giro perché in fondo lo invidiano. Loro non ce l’hanno fatta a seguire un progetto a lungo termine, a credere in un sogno. Ma lui ce la sta facendo, studia inglese e spagnolo in favela, in una scuola nella Traversa Libertà con professori stranieri, volontari, viaggiatori. Dimitri studia e finalmente gli si presenta la grande occasione, cioè la possibilità di vivere sei mesi a Ibiza, in Spagna, e di lavorare come barman.

Dollaro superstar

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Non è bastata la mossa a sorpresa del Banco Centrale di frenare la discesa dell’indice SELIC per allontanare dagli investitori la voglia di ” fuggire ” dagli emergenti .

Probabilmente la sola decisione di non diminuire la SELIC non sarà sufficiente , come ha dimostrato la ulteriore crescita del dollaro che ha superato R$ 3.7 ( Addirittura le case di cambio lo davano ben oltre 4 ) ed il crollo dell’indice Bovespa di ben 3.37 punti , il peggior risultato da Maggio 2017 .

“Parece que este é o piso da Selic e que o próximo movimento, quando acontecer, será de alta”, ha affermato l’economista Luka Machado Barbosa del Banco Itaú Unibanco . Insomma la SELIC potrebbe tornare a crescere riportando i rendimenti delle applicazioni brasiliani a valori compatibili con il rischio . Oggi non è affatto così .

Il motivo principale è la crescita stabile della economia statunitense a cui corrisponde un aumento del tasso di interesse sul dollaro che quindi attrae nuovi capitali dagli emergenti .Il flusso di denaro si è oramai decisamente invertito e la borsa ne risente .

Barbara e Marzia

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 Barbara era bionda, magra, faccia un po’ squadrata (tipo la mia). Si vestiva leggera con abitini aderenti, alla brasiliana, e dimostrava meno anni dei quarantaquattro che aveva.

Era piena di vita, solare, emotiva, piena di idee.

In Italia era stata proprietaria di un’agenzia di immobili, viaggiava a stipendi mensili da capogiro (almeno secondo i miei parametri), viveva tra San Donato Milanese e Reggio Emilia, usava un macchinone di cui era fiera.

Lasciò Milano quando si separò dal marito italiano. Lo amava, le crollò il mondo addosso, a Rio per parecchio tempo si sentì persa, sola, senza sapere che indirizzo dare alla propria vita. Il marito l’aveva tradita, si era messo con un’altra e ciò significava che il lusso borghese che li circondava non era sufficiente per giustificare il loro amore. Qualcosa non aveva funzionato, era forse colpa sua? Per la prima volta da quando era finita l’adolescenza si sentì così insicura…

Entrò curiosa in favela grazie a un portinaio del quartiere Gavea, nel quale era finita ad abitare. Lei poi la favela l’aveva già visitata a causa del lavoro di guida turistica che s’era trovata, con grande piacere, a fare. Il portinaio lì ci viveva e le affittò un piccolo appartamento. Barbara si trasferì nella Rocinha e subito s’accorse dell’infanzia disgraziata, in strada era pieno di bambini che bighellonavano, chiedevano l’elemosina, praticavano piccoli furti. Lei non aveva figli, ne avrebbe voluti ma non era riuscita a farli, il sentimento materno però era quanto di meglio custodisse dentro di sé. Il portinaio di Gavea l’aiutò con i primi contatti tra i quali Veronica, baiana, moglie di un funzionario pubblico, residente in favela perché decisa, assieme al marito, a risparmiare e mettere via un po’ di soldi; la Rocinha in quel periodo, sotto il governo del narcotrafficante Lulu, era tranquilla, l’ideale per chi voleva vivere vicinissimo ad altre persone, per chi amava comunicare, interagire con centinaia, migliaia di altre persone. Veronica i pomeriggi si prodigava con le ripetizioni delle lezioni di portoghese, storia, matematica e l’italiana decise di aiutare la baiana. Subito capì però che il suo interesse e la sua necessità ruotavano attorno al mondo dell’infanzia: se non poteva avere un figlio suo, ne avrebbe cercati centinaia da adottare, da aiutare. Seguì Veronica nelle sue iniziative, la sostenne e cominciò a chiedere soldi alla madre e ai fratelli in Italia. Avrebbero potuto usare il nome, il prestigio dell’agenzia immobiliare di famiglia per raccogliere fondi e mandarli a lei in Brasile. Così l’amica baiana avrebbe avuto uno spazio tutto suo nel quale insegnare ai più piccoli e agli adolescenti che nella scuola pubblica imparavano poco e male. I soldi all’inizio non erano molti e venivano usati per comprare materiale scolastico, pennarelli, gomme, lavagne, sedie, tavoli e qualche libro. Barbara intanto aveva preso l’abitudine di chiamare per nome i bambini messi peggio in strada e dar loro l’opportunità di fare una doccia calda a casa sua, e di mangiare un boccone. I ragazzini lo riferirono ai parenti e lei si giustificò davanti ai pochi interessati alla sorte di quei mocciosi. Non era una depravata, non era un pedofilo. Aveva realmente a cuore il destino di quei pulcini.

Barbara e Marzia si conobbero grazie a un narcotrafficante (quando si dice il destino) che ammirava il lavoro dell’italiana così solerte, così vicina ai problemi dell’infanzia e le presentò questa negra nata e cresciuta in favela. Fu amore a prima vista. L’asilo e la sala per le ripetizioni che la carioca gestiva nella Roupa Suja consistevano in un edificio fatiscente, pieno di infiltrazioni. Barbara però notò la dedicazione che Marzia ci metteva, il coraggio, la voglia di lottare. Decise di aiutarla, di cercare soldi in Italia per migliorare lo stabile, per aumentare il numero di bambini grazie ai finanziamenti di padrini, madrine italiani. Poi avvenne una specie di miracolo: il famoso giornalista italiano Beppe Severgnini in visita a Rio si fece convincere dall’inviato in pianta stabile del Corriere della Sera, residente a Ipanema davanti al mare, e decise di visitare l’italiana della favela. L’inviato del Corriere ne aveva sentito parlare ed era rimasto meravigliato.

Severgnini accompagnò Barbara nei suoi giri, visitò l’asilo scuola che aveva aperto nella parte bassa della Rocinha, quartiere Barcellos, e l’asilo della parte alta e più povera, nella Roupa Suja dove viveva Marzia. Poi scrisse un bell’articolo che io lessi in Italia a casa della mia amica Francesca, in via Primavera a San Donato Milanese (anche Barbara aveva risieduto a San Donato Milanese, dove era attiva la sua agenzia immobiliare). Titolo dell’articolo: “L’angelo biondo”. Correva l’anno duemilaquattro.

Barbara divenne conosciuta, gli aiuti in denaro aumentarono, lei partecipò a qualche trasmissione televisiva italiana, nuovi giornalisti la visitarono, la intervistarono, uscì una sua foto a braccia aperte come il Cristo e, dietro, varie case, casettine della favela nella copertina della rivista Comunità Italiana, qui a Rio. Nelle interviste ripeteva sempre le stesse sacrosante verità: la vita nella Rocinha era violenta, molti erano i poveri, soprattutto nella Roupa Suja dove lei assieme alla sua amata e fidata Marzia gestiva un asilo, l’infanzia era dura, le famiglie erano poco strutturate (spesso mancavano i padri che erano negligenti o morti o in prigione), le scuole non funzionavano, l’assistenza sanitaria era deficitaria, le sue nobili intenzioni erano quelle di aiutare l’infanzia, il nome della sua associazione era Il sorriso dei miei bimbi; Barbara voleva vederli sorridere quegli adorabili malandrini che le avevano cambiato la vita.

Crebbe la sua credibilità assieme alla popolarità, l’asilo di Marzia si trasformò in uno stabile di due piani, pulito, con uno spazio per il nido, uno per i più grandini, docce calde sempre funzionanti, bagni in ordine, riso, fagioli, carne, spaghetti, zuppe, dolci, succhi di frutta e acqua garantiti per tutti, maestre che avevano la possibilità di studiare e migliorare il proprio curriculum, stipendi sicuri e fissi (a fine anno bisognava però rinnovare gli accordi delle donazioni).

Sorrisi, buonumore, strette di mano, voglia di collaborare.

Marzia e Barbara uscivano insieme, parlottavano come due compaesane, avevano centinaia di progetti, migliaia di idee. Io mi trovavo spesso ad osservare Marzia e capivo cosa stava provando, cioè gratitudine per quest’italiana che per lei incarnava una specie di inviata di Dio affinché il suo lavoro potesse prendere quota. Le due, assieme alla baiana Veronica, rappresentavano un bel trio e ai miei occhi di volontario avventuriero erano esempi viventi di come i sogni potevano trasformarsi in realtà.

Più di una volta le ho viste, Marzia e Barbara, camminare una di fianco all’altra tra i negozietti della favela, Barbara pronta a conversare con i bambini che le si affollavano intorno.

  • Come stai, di cosa hai bisogno?

Marzia era incalzante con nuovi progetti, nuove idee – Barbara – diceva con il suo accento carioca che sottolineava e marcava le erre – Che ne dici di intensificare le ripetizioni pomeridiane? -.

  • Penso che sia un’ottima idea. Proviamo a scriverci sopra e mandiamo un progettino ai miei contatti in Italia.

Non parlavano di affetti (Barbara si era fidanzata con Julio e si sarebbero presto sposati), non uscivano insieme la sera (Barbara e Julio frequentavano i bar della via Apia, Marzia, evangelica, non beveva, non fumava e predicava dal pulpito delle assemblee a cui partecipava), ma si capivano benissimo quando la questione era aiutare i bambini e gli adolescenti della favela.

Organizzarono insieme feste per adulti e per bambini, scelsero e vestirono più di un Babbo Natale, si trastullarono felici tra i più piccoli facendosi tirare le guance e i capelli, affrontarono i problemi legati alla miseria, si sdraiarono per terra guardandosi spiritate negli occhi durante le sparatorie e viaggiarono pure insieme a Milano per presentare l’associazione che le univa. Marzia mi ha raccontato che San Donato Milanese per lei era troppo silenziosa, tutta quella calma la rendeva nervosa e al mattino prestissimo con gli occhi spalancati e la testa appoggiata al cuscino, aspettava ansiosa l’arrivo del camion della spazzatura il cui rumore le ricordava il movimento, la vita.

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