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Qualsiasi cosa scriverò, sarà quella sbagliata

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Dopo le ultime lezioni con la ragazzina di 14 anni e la bambina di 9, ho capito che non c’è più tempo da perdere.
E che qualsiasi cosa scriverò, sarà quella sbagliata.
La bambina di 9 non va a scuola da più di un anno. Ad ogni nostra conversazione online, io le chiedo “Cosa hai fatto durante il fine settimana?” e lei sempre risponde “Ho dormito”. “Cosa farai, domani?” dico io, per indurla ad usare il futuro semplice. “Mi sveglierò, mi laverò i denti, farò colazione…”, “Sì, e poi?”, “E poi… studierò, guarderò la televisione…”. “Cosa hai fatto ieri?” insisto, per indurla ad usare il passato prossimo, “Ieri mi sono svegliata, mi sono lavata i denti, ho fatto colazione, poi mi sono lavata i denti di nuovo e ho studiato, ho pranzato…”. “Fai sempre le stesse cose?” chiedo, per farle capire la differenza tra un’azione abituale e una che avviene in questo momento, “Sì”, risponde, “E cosa stai facendo ora, qui davanti a me, al cellulare?”, “Sto studiando italiano”, “Brava!” le sorrido, soddisfatto dei suoi progressi. Ma lei non sorride, da tempo. Si annoia, le lezioni sono un diversivo ma la noia è la condizione abituale.

La ragazzina di 14 anni invece mi apre la porta di casa e mi osserva con un’espressione che pare dire “Tu sei qui perché mia madre mi obbliga a studiare inglese”.
Mentre scrivo di lei, penso al figlio della signora che pulisce, ogni venerdì, la nostra casa. La madre pulisce e lui studia inglese. Sempre vestito di nero, capelli a spazzola neri, pieni di gel, è timido, mi risponde a stento ma sa scrivere. Se, invece di parlare, gli scrivo le battute di un possibile dialogo tra me e lui, lui scrive, replica ad ogni mia battuta con una risposta adeguata. Se però le stesse cose gliele dico a voce, allora mi osserva, muto. Il colorito del suo volto è sempre bianco, gli occhi chiari sembrano non vederti, non osservarti o per un dichiarato disinteresse o per uno strano malessere.

A Copacabana da qualche settimana le mascherine le usano tutti

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Dalla finestra del suo studio, vedo il negozio della BAGAGGIO e mi vedo seduto sul sofà, davanti alle vetrine, che sto spiando nella casa di Gustav. Io sono due, una parte di me ha appena suonato alla porta della psicanalista, è rimasta 5 minuti ad aspettare ascoltando, dalla radio accesa, la voce perfetta di Milton Nascimento e l’altra parte è seduta, qui sotto, all’altro lato della strada, davanti al negozio, ed osserva i fantasmi proiettati nei vetri.

Glielo dico:

–         Io sono qui e sono anche lì sotto. Mentre parli con me io sono lì sotto e nei vetri vedo…

–         Ti va di stenderti sul sofà?

Forse, con la testa appoggiata sul cuscino, sdraiato, osservando il muro, ti sentirai più libero di dire ciò che ti viene in mente e d’associare le idee.

Seduto, all’incrocio tra la Santa Clara e la Nossa Senhora, sento che una parte di me non è più con me e mi distraggo, per un momento non osservo le azioni e le parole dei quattro adolescenti che, a casa di Gustav, hanno organizzato una vera e propria festa pandemica, perché sono attratto da quell’altro io che poi sono io anche questo, il quale si è alzato, nello studio della psicanalista, e si è sdraiato nel sofà.

–         Sono scomodo – ho detto – Mi sembra di stare a casa mia. Così, le associazioni d’idee mi vengono malissimo.

Allora mi sono messo a sedere, non molto lontano da lei.

–         Posso prenderti la mano?

–         Perché…  – ha risposto, porgendomela.

Le sue dita non sono fini come mi aspettavo che fossero e sono anche screpolate. Ha la faccia stanca, è più magra del solito, è filiforme.

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