Home Blog

Vivere a Natal

0

Un video amatoriale sulle bellezze di Natal e dintorni . Anche io che ci vivo da anni ne sono rimasto affascinato . Immagini  mai viste grazie all’uso del drone . Buona visione a tutti .

Non è un Paese per giovani

0

Il frigorifero si era rotto, aveva smesso di refrigerare gli alimenti. Questa è stata la sorpresa del giovedì sera dopo una giornata estenuante. E adesso?

Lasciata passare una notte nella quale ho sognato di trovarmi davanti a un enorme invalicabile parete di gelo tipo quella che divideva l’estremo nord dal nord nella serie Game of Thrones (parete distrutta dal drago zombie risuscitato dal Re della Notte), di mattina ci siamo messi a pensare al da farsi (comprarne uno nuovo a rate o chiamare un tecnico?).

Così il venerdì sera verso le sette in casa è entrato Samuel, un ragazzo nato nel 1998 (“L’anno in cui il Brasile ha perso la finale del mondiale con la Francia” gli ho detto “Io me la ricordo benissimo. L’ho vista da solo a Pesaro seduto in cucina in quella che era la sedia della nonna!”).

Il ragazzo ha lo sguardo intelligente, è di carnagione chiara, occhi castani, capelli arruffati.

Mi dice che il problema risiede nel fatto che la porta del frigorifero è rimasta aperta troppo a lungo e, siccome l’allarme viene azionato dalla mancata pressione di un pulsante che sporge in fuori e che può essere premuto parzialmente anche se il frigorifero è semi aperto, nessuno si è accorto di niente e il congelatore ha congelato la parte di mezzo; il ghiaccio ora impediva il passaggio dell’aria che non era stata erogata per troppo tempo visto che la porta aperta inibisce il funzionamento della ventola. Quindi ormai, che la porta fosse aperta o chiusa, l’aria fredda non scendeva perché bloccata dal ghiaccio e la temperatura dentro al frigorifero era alta.

Samuel si è messo ad armeggiare con un asciuga-capelli adibito a sciogli-ghiaccio affinché l’aria tornasse a circolare dentro al frigorifero. A risolvere il problema ci ha messo mezz’ora forse quaranta minuti nei quali abbiamo parlato di politica.

La mia prima considerazione a riguardo di ciò che ci siamo detti è che il Brasile intero ha un debito con la destra che ci governa: fin dai tempi del dibattito sull’impeachment dell’allora presidentessa Dilma è innegabile che il tenore delle parole nei bar, in coda in banca o nelle fermate degli autobus è cambiato. Durante gli ultimi anni di governo del PT qui a Copacabana si sentiva solo parlare di calcio o di figa. Lula sembrava eterno e il suo potere così consolidato da dispensare considerazioni e commenti. L’ipotesi di un cambiamento ha provocato settimane, mesi, anni di discussioni su come governare quest’immenso Paese, discussioni che continuano tutt’oggi.

  • Sono preoccupato – ho detto io – perché ora a comandarci è una banda di psicotici che incentivano l’uso delle armi e tagliano i fondi alle università.
  • Sì, Lei ha ragione, caro signore – ha risposto lui timido ma deciso – Io però sono d’accordo con Bolsonaro. Dobbiamo armarci perché altrimenti come facciamo se qualcuno ci abborda con una pistola in strada? L’unica soluzione è rispondere colpo su colpo.

L’ho fissato, sgomento.

  • Dall’accento capisco che Lei non è brasiliano e probabilmente non sa cosa abbiamo passato negli ultimi anni. Oggi il potere del narcotraffico nella Baixada è stato sostituito da quello della milizia e io, lo ammetto, mi sento più sicuro a sapere che mia figlia può giocare tranquillamente per strada senza che nessun uomo armato venda droga davanti a lei.
  • Ma non ti dà fastidio il fatto che la tranquillità di cui parli vi sia garantita da un gruppo di poliziotti o ex poliziotti che uccide su commissione, costruisce palazzi abusivamente, estorce il pizzo ai negozianti e massacra chi mette il naso nei suoi affari?

Lui, alle prese con l’asciuga-capelli si ferma un attimo, spegne l’aggeggio e mi osserva.

  • Io di politica non me ne intendo e sicuramente ho meno esperienza di Lei, ma sono convinto che era necessario cambiare e che abbiamo fatto bene a votare Bolsonaro.
  • Io credo invece che vi siete illusi e credendo di combattere un male vi siete ficcati e avete ficcato il Paese in un pozzo senza fondo.
  • Se le cose dovessero peggiorare mi dispiacerebbe e se l’ho irritata con il mio voto Le chiedo scusa.
  • Non ti preoccupare, Samuel, non mi hai irritato. E’ solo che non ti capisco. E poi io vivo nella Zona Sud e da queste parti Bolsonaro non ci sta molto simpatico.

 

Poco dopo lui ha finito il lavoro. Mi ha spiegato che devo evitare di lasciare la porta aperta altrimenti il problema si ripeterà, e se ne è andato lasciandomi una garanzia di un mese, sulla manodopera.

Mi ha detto che sarebbe tornato a Duque de Caxias in macchina mettendoci due ore circa; tutti i giorni dal suo quartiere presidiato dalle milizie viene qui a Copacabana a lavorare.

Salutandolo io ho pensato che la sua visione del mondo è basata sulla dicotomia “narcotraffico – milizia”. Nella sua testa non c’è posto per la presenza di uno Stato giusto che amministri dignitosamente la vita comunitaria dei cittadini. Lo Stato per Samuel non esiste e si tratta appena di scegliere da quali criminali debba essere sostituito.

Ricominciare

0

Come alcuni sanno, una cara amica che lavora nella ong con la quale collaboro da molti anni, si è fatta illudere dalla Milizia (la nuova Mafia carioca) e ha comprato un appartamento a Muzema, zona ovest della città di Rio, a un prezzo accessibile.
Circa un mese fa il palazzo nel quale abitava è crollato e si è portato via la figlia e la nipote di Ivanilda.
Adesso lei sta cercando di ricominciare (non riceverà nessun indennizzo). E’ tornata a vivere in favela. Il pastore di una chiesa locale ha promesso di aiutarla pagandole un anno di affitto; noi stiamo cercando di raccogliere fondi per aiutarla a comprare tutto l’occorrente per la casa – frigo, tavoli, sedie, forno, fornelli, ecc…
Se c’è qualcuno tra voi che vuole aiutarci ad aiutarla, mi scriva in privato e io gli passerò il contatto della amministratrice della ong. I soldi raccolti li sto ripassando alla ong locale che li sta girando e li girerà a Ivanilda.
Ringrazio di cuore chi deciderà di fare qualcosa per lei.

la mia email è matteogennari@gmail.com

Ivanilda

22

Rio de Janeiro – 13/04/2019

Vivevano nella parte alta della favela, a ridosso della roccia. Io li ho conosciuti lì. Due famiglie legate alla ONG di un’amica, che si occupa di bambini e che oggi è riuscita a farsi registrare come “Asilo della Prefettura” e ciò significa che riceverà aiuti economici dal Comune.

Le loro case erano povere, costruite in un luogo pericoloso perché pieno di narcotrafficanti che si nascondevano in quelle vie impervie con molte curve e vicoli, vicoletti di difficile accesso.

Quando le giornate erano calme, andarli a trovare era un piacere. Mi hanno offerto carne e birra, insieme abbiamo visto delle partite alla televisione, ricordo ad esempio la finale Milan Liverpool della Coppa dei Campioni. Il primo tempo finì tre a zero per il Milan ed io, juventino annoiato, decisi di andarmene. Scendendo mi fermai in questa e quella casa a chiacchierare delle vicissitudini della favela, del lavoro che svolgevamo insieme, dei donatori, dei progetti e di quisquilie o cose importantissime che riguardavano le nostre significative/insignificanti esistenze. Quando raggiunsi l’entrata della favela, il Liverpool aveva pareggiato tre a tre e Shevchenko aveva sbagliato un gol praticamente a porta vuota.

Invidiavo il loro senso di comunità così distante dal sentimento di isolamento che aveva caratterizzato i miei ultimi anni a San Donato/San Giuliano Milanese. Nonostante la povertà e le poche aspettative (i figli difficilmente sarebbero andati all’università e per me questa era una gran pena, per me che ero nato nel comune italiano col maggior numero di laureati in rapporto alla densità demografica) nonostante le difficoltà, le fogne a cielo aperto e le croniche mancanze di quei beni materiali che invece per me erano stati di facile accesso, gli abitanti di queste zone disadorne della favela mi insegnarono quanto era potente l’effetto della generosità, della condivisione, dell’aiuto reciproco. Vivevano praticamente senza privacy, i pochi momenti di solitudine ognuno di loro doveva conquistarseli magari con una camminata in riva al mare, insomma per nessuno era naturale avere una stanza propria, una propria libreria, un divano rosso o uno stereo come invece era toccato in sorte a me. Io però, figlio unico di un figlio unico, di solitudine avevo sofferto; venivo da lunghi inverni passati da solo in casa a leggere Dostoevskij, lunghi inverni di quella lunga adolescenza che mentre la vivevo non sapevo mi avrebbe marcato, nel bene e nel male, per sempre.

Sono passati molti anni da quei nostri incontri e molte cose sono cambiate nelle loro vite e nella mia.

Alcuni di loro, estenuati dalle abitudini cruente di narcotrafficanti e polizia, hanno deciso/hanno provato a cambiare. Alcuni di loro si sono illusi che andare a vivere in una zona di Milizia fosse una buona scelta; la Milizia (formata da poliziotti, militari, agenti dello Stato fuori servizio, in pensione o ancora attivi, legati a politici, imprenditori e faccendieri vari) da più di vent’anni vende un’immagine di sé che la dipinge come alternativa al narcotraffico. I quartieri di Milizia (tutta la zona ovest, ed ora anche parte della zona sud e poi quasi tutta la Baixada) vengono considerati tranquilli, con poche armi a vista, quartieri nei quali se non ti metti contro i miliziani, se non “fai le pulci” ai loro traffici, non hai problemi. I miliziani vendono servizi internet, bottiglioni del gas, aprono negozi, ristoranti, riscuotono una tassa da ogni residente, tassa chiamata “Io ti progetto da me stesso” e costruiscono case e condomini abusivamente, dovunque ci sia della terra disponibile. Lo Stato non riesce/non vuole fiscalizzare (spesso perché connivente). Gli appartamenti vengono venduti a prezzi inferiori (la metà) di quelli di mercato. E due tra le famiglie dei miei amici, dei miei conoscenti della favela hanno scelto di cambiare aria, attratti dalla possibilità di vivere in un condominio come si deve e non in una casa scavata nella roccia che per raggiungerla devi scalare tutte le sere una collina.

La cuoca dell’asilo, la cuoca della ONG ha venduto tutto quello che aveva, si è indebitata con la banca e ha comprato un bell’appartamento in un bel condominio, senza registro negli uffici del Comune ma chi gliel’ha venduto le ha garantito (a lei e a centinaia di inquilini) che il registro non era importante, le costruzioni erano a posto, poteva stare tranquilla.

Ieri mattina il palazzo nel quale abitava con la figlia e la nipote è venuto giù. Lei non c’era, era al lavoro in favela.

Ora, trentaquattro ore dopo il crollo, è seduta accanto alle macerie aspettando un miracolo, quello di rivedere la figlia e la nipote, vive.

Ultimi Articoli

Vivere a Natal

Un video amatoriale sulle bellezze di Natal e dintorni . Anche io che ci vivo da anni ne sono rimasto affascinato . Immagini  mai...

Ricominciare

Ivanilda

A fine mese in libreria

Economia