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Un capitolo de “Il fumo della pipa va lontano”

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Rio de Janeiro, Brasil, jul 2014.Rocinha is the largest favela in Brazil.

Da “Il fumo della pipa va lontano”

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Un forte prurito alla caviglia mi distrae dalle mie intenzioni. Sono stato punto da una zanzara, mi chino per grattarmi e rifletto sul fatto che, al mio arrivo in Brasile, sudavo come un matto, come un disperato e tutte le mattine mi svegliavo pieno di punture di zanzare su varie parti del corpo, specialmente gambe e braccia anche se le più fastidiose erano quelle sulla pancia. Oggi quasi non sudo più, le mie magliette a fine giornata praticamente non puzzano mentre le magliette di allora alla sera potevo strizzarle e pareva che le avevo tenute addosso mentre facevo la doccia. Oggi le zanzare quasi non mi pungono più e quella che mi ha punto forse un’ora fa sulla caviglia è una eccezione. Stavo per dire “piacevole eccezione” ma poi ci ho ripensato e ho riflettuto sul fatto che l’aggettivo piacevole avrebbe connotato il mio attaccamento, nel ricordo, nelle emozioni, al periodo “eroico” dell’arrivo in Brasile. Chissà forse da allora non solo sono cambiato io ma sono cambiati il sangue, l’odore e il metabolismo a tal punto da influenzare le ghiandole sudorifere e gli insetti, le mosche, le zanzare che mi circondano.
Finisco di grattarmi la caviglia e finalmente osservo l’albero, l’alberello nel cortiletto davanti alla palazzina nella quale abito. E’ un cortiletto minimo, la parte verde è inclusa tra il muricciolo e il muro della palazzina nella quale vivono i nostri vicini. E’ un alberello con le foglioline verdi, minute. Emanano un buon odore. Adoro osservare le foglie, i rami illuminati dalla luce artificiale che viene dal palazzo. Il bianco delle pareti e il verde delle foglie creano un felice contrasto e l’atmosfera mi spinge all’introspezione. Finalmente preparo la pipa e me l’accendo. Ci metto un attimo, sono rapido, sono abituato ad armeggiare col tabacco.
Le prime boccate sono le migliori e me le godo, indugio col fumo nella gola, ne lascio scendere un po’ fino ai polmoni, poi lo soffio via contro l’aria nitida che mi separa dalla parete in questa serata anomala e un po’ fredda. Indosso una maglietta bianca sporca di pomodoro sul davanti, le maniche sono corte e io sento i brividi, non so se è il freddo o una presenza spirituale. Guardo l’albero accanto a me, le foglie vive, i rami che paiono gracili come le braccia secche del mio amico Maurizio, soprannominato Il Para perché faceva Paravan di cognome. Era uno dei miei migliori amici a San Donato Milanese, dove risiedevo. Io vivevo in via Europa nella parte più borghese della cittadina, lui viveva in via Di Vittorio, una delle zone più popolari. A casa sua ci sono stato poche volte prima che morisse, dopo che è morto ho pranzato con sua madre e con suo padre anche se non li conoscevo molto bene. Anche lui è stato poche volte a casa mia, sicuramente c’è stato durante una cena quando i miei erano andati chissà dove, e io cucinai una pasta o del riso per tutti e rubai qualche bottiglia di rosso dalla cantina del papà. Eravamo io, il Para, Ricky e non so chi altro. Mangiammo e soprattutto bevemmo molto. Più bevevamo, più cantavamo – eravamo tutti membri di differenti band – e finimmo per vagare ubriachi per le vie anonime di San Donato cantando a squarciagola le canzoni dei CCCP, una delle nostre band preferite. Il Para amava i CCCP, preferiva però i Mano Negra – fu lui a farmi conoscere Manu Chao – e ascoltò e apprezzò per primo il disco Pablo Honey dei Radio Head. Il Para era magro, aveva lunghe braccia, lunghe gambe, era un capellone, occhi castani o forse verde scuro, la sera della sbronza a casa mia ci dichiarammo eterna amicizia, ciò che ci univa era l’amore per la musica e per la poesia. E poi eravamo anche un po’ comunisti. Eravamo contro (io lo sono ancora). Lui è morto quando aveva ventidue anni. Prima di morire (ogni vita potrebbe essere riassunta da queste tre parole “prima di morire”) prima di morire ha fatto parecchie cose: si è innamorato qualche volta (io ne ricordo una sola, il suo consulente per le questioni amorose era Ricky), ha suonato la batteria in una band che si chiamava Desordre, ha stretto tante amicizie, ha studiato ingegneria ambientale all’università di Pavia. Per me ciò che conta è che eravamo amici e che lui e tanti altri facevano parte assieme a me dei Ragazzi delle Panche di Via Mattei. Ci radunavamo quasi tutti i pomeriggi nello stesso spiazzo erboso, ci sedevamo sull’erba o sulle panchine, fumavamo, bevevamo, ci raccontavamo le nostre vite, ci innamoravamo, ci contendevamo le fidanzate (e le ragazze si contendevano noi maschietti), discutevamo di politica, di cinema, di musica, di letteratura, la religione non ci interessava, ci interessavano le droghe (chi più e chi meno).
Il Para era un moderato, al massimo, per quello che ne so io, si fumava qualche canna o beveva birra e vino.
Io invece con le droghe ci davo dentro anche se non ero uno dei più assidui, per esempio non ho mai provato l’eroina anche se me l’hanno offerta una sera davanti a un cimitero, ho provato la cocaina una volta sola a Capodanno e non mi è piaciuta. Ho fumato canne, bevuto un po’ di tutto e ho avuto strane, entusiasmanti, terribili esperienze con gli acidi. Il primo acido che ho preso si chiamava Dragone e consisteva in un foglietto con il disegno di un drago sopra, grande quanto la punta di un dito. Avevo diciotto anni, lo comprai da un compagno di classe che militava negli ultras dell’Inter e aveva i capelli a caschetto, gli occhi castani, era sempre schizzato, iperattivo, razzista e molto simpatico. Odiava gli ebrei e i negri. Almeno a parole li odiava però nelle sue relazioni con i compagni era uno dei più tolleranti, uno che accettava gli altri. Si chiamava Andrea, ancora si chiama Andrea, è vivo, credo abiti a Milano e lavori in banca.
“Dai, Teo” mi diceva. Anche Il Para e Ricky mi chiamavano Teo. In Italia un sacco di gente mi chiamava Teo. Questa è una delle parole che si sono perse qui in Brasile, adesso nessuno mi chiama più Teo, qui mi chiamano Matteo o Matheus o storpiano il mio nome in un qualche modo che io accetto.
In molti qui mi chiamano “Italiano”, specialmente nel Terreiro di Umbanda che frequento.
La notte che presi il mio primo acido la passai a casa di Paola che abitava a Metanopoli in un bell’appartamento nel quale tutte le volte che ci entravo mi sentivo bene. Aveva una sala spaziosa, davanti alla televisione c’erano i vetri dai quali filtrava molta luce, era un posto tranquillo, di pace. Lei ci accolse con il suo fidanzato capellone, biondo con la barba bionda e pieno davvero pieno zeppo di capelli. Una delle prime volte che vidi Paola lei stava stirando e io rimasi sorpreso perché le mie altre amiche non stiravano, chi stirava erano le madri, Paola no, lei era diversa. E poi frequentava l’Accademia di Brera e disegnava, dipingeva e leggeva della buona letteratura, conosceva Garcia Marquez e mi consigliò Agota Kristof. Lei mi sembrava già una donna e non più una ragazzina. Aveva girato mezzo mondo ed ora, a San Donato per un po’, assenti i suoi genitori, praticamente conviveva con il fidanzato ed anche questa per me era una novità, non solo perché io non avevo convissuto con nessuno ma anche perché nessuno dei miei amici più intimi aveva ancora convissuto con qualcuno.
Quel primo acido a casa di Paola lo prendemmo, lo ingoiammo solo io e Luca. Luca oggi è il mio migliore amico, anche se abitiamo a undicimila chilometri di distanza e, all’epoca, era uno dei miei migliori amici, uno dei componenti della mia band. All’epoca Luca detto Bubu era capellone, aveva foltissimi e ricci capelli neri, indossava camicie di flanella a scacchi anche d’estate e sempre gli stessi pantaloni azzurri sporchi quasi blu con, se non ricordo male, lo stemma di Paperino a tappare qualche buco. Erano i pantaloni della sua tuta preferita.
La sera dell’acido cominciò tranquilla a casa di Paola bevendo, chiacchierando, lei e il fidanzato ci intrattenevano, ci raccontavano come sarebbe stata la nostra prima esperienza. Io li trovavo una coppia affiatata, simpatica, moderna, lui aveva un accento marcatamente milanese, lei mi pareva sicura, sapeva il fatto suo.
Ad una certa ora io e Luca Bubu decidemmo di uscire, era molto tardi o forse ci pareva tardi, vagabondammo un po’ a zonzo per vie accaldate di San Donato, camminammo nella direzione della piscina comunale poi credo ci raggiunse Dario con la sua chitarra, Dario era un altro amico delle Panche. Ci mettemmo a sedere nella rotonda spartitraffico ricoperta d’erbetta e cantammo tutti e cinque insieme, Paola, il fidanzato Gilles, io, Luca Bubu e Dario. Apparve all’improvviso una macchina che si fermò, vi scese trafelato un tipo con la barba, ben vestito, con la faccia seria. Fissò me e Bubu e disse:
– Documenti, ragazzi!
Noi che già sentivamo gli effetti dell’acido ci agitammo, “Come, cosa” balbettammo.
– Datemi i documenti, ragazzi, io sono uno sbirro!
Uno sbirro! Eravamo fottuti.
Luca farfugliò qualcosa, si alzò, camminò fino alla macchina del tipo, io non sentivo nemmeno le forze per reagire e mi rigiravo nell’erba, tra le margherite.
– Ma che vi siete presi? – chiese il tipo.
– Siamo dei drogati. Ci siamo presi dell’acido – rispose il mio amico in un momento di allucinata lucidezza.
– Dell’acido? E ne avete ancora? Se lo avete, datemene un po’-.
Il tipo, lo sbirro si mise a ridere.
– Non sono un poliziotto – ammise – ma uno sballato come voi -.
Mi alzai di scatto, sorrisi. Presi coraggio, mi avvicinai. Quello però subito dopo se ne andò e Bubu disse: “Vieni Teo, andiamo dagli altri”. Solo allora mi accorsi che ci avevano lasciato soli.
A casa di Paola mi resi conto che ero completamente fatto, cioè completamente sotto l’effetto dell’acido. Gilles, il fidanzato di lei, mi pareva un leone biondo, biondissimo e mi faceva venire la voglia di strizzargli la barba e i capelli. Paola invece aveva la pelle bianchissima ed era rossiccia di capelli. Era sensuale, semplice e molto bella. La semplicità risiedeva nei pantaloncini che portava, nella maglietta non all’ultima moda. Era diversa dalle ragazze che avevo frequentato fino a quel giorno. Era più alla mano, più vicina a me. Mi sentivo felice per il fatto di stare nella sua cucina con lei, con Gilles il leone e con il mio amico Bubu che però non sapevo dove fosse.
“Dov’è Luca?” chiesi.
Non mi risposero.
Allora mi misi a sedere sul tavolino, con le spalle appoggiate ai vetri della finestra. Incrociai le gambe e chiesi a Paola di portarmi dei fogli. Cominciai a scrivere, senza pensare, scrissi dei versi, delle strofe che dicevo e sentivo mi venivano dettati direttamente dalla Luna, scrissi dei versi che parlavano di Venere, di Marte e, mentre scrivevo, la mia amica mi osservava e mi aiutava con i fogli appoggiati sul tavolo, ne spostava uno quando lo avevo riempito e ne metteva un altro al suo posto.
Riempii una decina di pagine, poi cominciai a sentirmi inesorabilmente, incredibilmente stanco.
L’effetto della droga stava scemando. Il corpo reclamava. Andai nella stanzetta di Paola dove trovai Luca che, confermò, stava sentendo la stessa stanchezza e aveva vissuto le stesse straordinarie esperienze sensoriali. Tutto gli era parso nuovo, colorato, vivo, interessante, tutto era vivo e tutto era splendido e doveva essere vissuto intensamente, fino alla fine.
Tornammo a casa la mattina presto. Io salutai la mamma e il papà e andai subito in bagno a infilarmi nella vasca. Dentro l’acqua realizzai che gli effetti della droga continuavano anche se più tenui e mi godetti la sensazione dell’acqua e del sapone. Come era bella l’acqua, come era fresca, come era morbido, vellutato il sapone sulle mani!
Indugiai nell’acqua, resistetti a lungo anche perché mi vergognavo e avevo paura che mamma e papà scoprissero quello che avevo fatto. Non lo avrebbero scoperto. Loro non si erano drogati mai, non si erano fumati mai nemmeno una canna, papà al massimo beveva del vino, del whiskey e della birra ma con moderazione e mamma fumava due o tre sigarette al giorno. Niente droghe. Loro venivano da Pesaro, dalla provincia ed erano emigrati a Milano per lavorare. Loro conoscevano le ristrettezze economiche, le avevano vissute sulla loro pelle. Il borghese ero io. Ero io il privilegiato che poteva sperimentare nuove sensazioni, lisergiche emozioni.
Prima di sdraiarmi un po’ nel letto illuminato dal sole estivo che proveniva dalla finestra che dava sulla rampa dei box, telefonai a Luca.
– Come stai?
– Stavo cercando di dormire quando ho visto un cinghiale, qui accanto al letto, che faceva un verso strano. Mi ha messo paura. E tu?
– Stanco, spossato, mi sembra di aver perso dieci anni di vita in una notte sola.
– Lo rifaresti?
– Non lo so. E tu?
– Non lo so neanche io.
Lo rifeci, usai l’acido altre tre volte.
L’ultima fu la più significativa e quella che mi convinse che era l’ora di smetterla. Stavolta finii, completamente fuori di testa, sul tetto della scuola elementare nella quale avevo studiato da bambino, la scuola Maria Ausiliatrice di Metanopoli. Anche questa avventura cominciò a casa di Paola. Era inverno, io già frequentavo l’università. Con me c’erano Ricky, che era il chitarrista della mia band, e altri due amici. A casa di Paola avevamo cenato. I trip li avevo comprati io dallo stesso compagno di classe. Erano grandi come francobolli, e gialli. Dalla mia amica io prelevai una lampadina che mi portai sul tetto della scuola. Ci arrampicammo usando la scaletta laterale, quella probabilmente riservata ai pompieri e agli operai. L’idea di scalare quel tetto ci venne camminando davanti all’istituto, non molto lontano dall’appartamento accogliente di Paola.
Quando raggiungemmo la vetta cominciammo a saltare come impazziti imitando i movimenti delle rock star che ammiravamo. Non so gli altri, ma io mi drogavo per fuggire alla noia e per immaginarmi un po’ come una rock star. Studiare all’università mi annoiava, mi annoiava inseguire amori che non portavano mai a niente e non mi lasciavano niente.
Ad un tratto, sempre con la lampadina in mano, ebbi un’intuizione. Intuii che le nostre vite erano uguali a quelle di tutti e che il flusso che sentivamo ribollire nelle nostre vene, il flusso che ribolliva nelle vene di tutti erano un’unica cosa. Facevamo parte, non solo noi quattro in piedi impazziti sul tetto della scuola, ma tutti noi di San Donato Milanese e di San Giuliano e di Milano e della Lombardia facevamo parte di un’unica, grande, immensa esperienza che era quella di essere vivi. E cosa potevo fare io per celebrare la magnifica esperienza di sapere, di sentire che ero vivo?
Non era la prima volta che sentivo quelle cose. Non era la prima volta che pensavo quelle cose. Era la prima volta che le sentivo e le pensavo sotto l’effetto dell’acido, ma già da piccolo, da molto piccolo e poi da meno piccolo e da adolescente mi era successo di sentire dentro me un’energia pazzesca, un’energia incontenibile che riassumeva in un unico essere le centinaia di esseri umani che già ero stato. Avevo già provato la sensazione di essere un anello in una catena di esperienze, di vite, alcune delle quali erano quelle che avevo vissuto io, altre erano quelle che vivevano e avevano vissuto gli altri intorno a me. Milioni, milioni e milioni di vite umane che si riassumevano in una specie di esplosione interiore che avveniva già da quando ero molto piccolo e mi attraeva e mi debilitava al tempo stesso, mi lasciava impaurito, mi lasciava spossato.
Coi miei non ne parlavo. Era il mio segreto. Non ne parlavo con nessuno, non ne ho mai parlato nemmeno con i miei amici per paura che mi prendessero per pazzo. Quando “quella” sensazione mi assaliva (spesso mi succedeva quando ascoltavo musica classica o quando succedevano fatti strani a me o a un familiare, quando succedevano fatti di difficile comprensione), mi sdraiavo sul letto, chiudevo gli occhi e me la godevo fino a quando il piacere di sentire che ero parte di un flusso molto più grande di me lasciava spazio alla paura. Allora mi obbligavo a smetterla e ad ancorarmi alla realtà, alla voce della mamma, ai movimenti del papà, agli impegni, alle scadenze.
Ma ora sul tetto della scuola mi chiesi per la prima volta come avrei fatto a raccontare quella sensazione.
– Ho capito, ho capito! – gridai a squarciagola con la lampadina in mano.
– Ho capito, ho capito! -.
Si girarono tutti a guardarmi. Li obbligai a darmi retta e ad andare insieme a me nella casa di uno di loro dove avremmo dovuto passare la notte, secondo quanto avevamo detto ai nostri genitori.
Ci mettemmo parecchio tempo. Scendere le scale che portavano al tetto non era facile. I miei amici un po’ si lamentarono ma io dissi che era troppo importante, avevo capito qualcosa e dovevo scriverlo assolutamente. Anche loro erano fuori come pazzi e probabilmente seguire il più pazzo di tutti che era impazzito del tutto non era poi così anormale.
Ci avventurammo per le vie fredde e deserte. Era novembre o giù di lì. Pochi gradi sopra lo zero.
Camminammo lungo lo stradone alberato. Quando raggiungemmo la casa del mio amico, io mi catapultai nella sua stanzetta e lo obbligai a darmi una risma di fogli e una penna.
Scrissi a lungo, scrissi una specie di poema che poi divenne una canzone della mia band, scrissi dei versi strani che parlavano di un uomo che non riesce a dormire perché lui vorrebbe sapere che sta dormendo mentre dorme ma, se dorme, non può sapere che sta dormendo e allora rimane sveglio ed è felice di fare ciò che sta facendo, cioè scrivere, è felice ma l’indomani farà qualcos’altro, qualcosa di diverso che lo renderà più o meno felice, più o meno triste, sicuramente l’indomani farà qualcosa di diverso da ciò che sta facendo oggi e se per caso l’indomani ripeterà ciò che sta facendo oggi ecco che arriverà il giorno dopo il giorno di domani e allora lui sì che farà qualcosa di diverso da ciò che sta facendo oggi, qualcosa di diverso dallo scrivere. Di dormire però non se ne parla proprio.
Quando finii, capii che l’effetto dell’acido, l’effetto del trip stava scemando. E cominciò un terribile mal di testa che durò più di un mese.
Quando finii, raggiunsi gli altri e li trovai sdraiati sul pavimento, con gli sguardi stanchi.
– Ho scritto – dissi.
– Ti è venuta bene?
– Non so. Domani la rileggo e poi magari ve la faccio leggere anche a voi. Mi sento stanco morto -.
Ricky, sdraiato con il gomito sotto alla testa e il capo appoggiato sul palmo della mano, mi osservava.
– Lo sai che sei proprio bello – gli dissi – Mi ricordi Che Guevara in quella foto accanto al suo cane -.
Sorrise. Era davvero bello, come gli altri due e come me, del resto. Eravamo davvero belli. E vulnerabili.

Paraty e Ilha Grande ricevono il titolo di Patrimonio Unesco

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L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco) ha deciso oggi di registrare Paraty e Ilha Grande, entrambe nel sud dello stato di Rio de Janeiro, come sito patrimonio dell’umanità.
Il sito comprende il centro storico di Paraty e le riserve della Foresta Atlantica nella regione di Ilha Grande come la Serra da Bocaina e l’Ilha Grande stessa.
Questo è il primo sito in Brasile classificato come misto ovvero comprende sia beni culturali che naturali. Degli oltre mille patrimoni mondiali solo 39 siti in 31 paesi sono classificati misti.

Paraty e Ilha Grande si uniscono ad altri 21 siti del patrimonio Unesco in Brasile 7 sono naturali e 14 sono culturali. L’elenco delle località brasiliane comprende già Ouro Preto, Olinda, São Luís, Cidade de Goiás, Salvador, Brasilia Pilot Plan, Pantanal, Noronha, Atol das Rocas, il Parco nazionale dell’Iguazú, Cariocas Landscapes e Cais do Valongo.

Personalmente ho visitato entrambe le località diversi anni addietro. Sono mete turistiche incantevoli e meritano di essere viste ed apprezzate.

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Ciao a tutti,
vi giro due link di due miei nuovi libri, appena pubblicati.
Il cartaceo di “Cristo si è fermato a Rio” lo trovate qui (ma anche su ibs e su gli altri store online)

Cristo si è fermato a Rio

mentre l’audiolibro “Il fumo della pipa va lontano” lo trovate in vari siti (tra cui Amazon). Se vi viene voglia di prenderlo, io vi consiglio questo:

 Il fumo della pipa va lontano

Un saluto da Rio!

Legalizzato UBER in Brasile

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Dopo 5 anni di clandestinità finalmente gli applicativi di trasporto privato come UBER  e 99 Pop sono stati legalizzati dal Supremo Tribunale Federale . E’ avvenuto nel maggio di quest’anno dopo interminabili polemiche giudiziarie e burocratiche alimentate prevalentemente dalla lobby dei taxisti .

La discussione nasce a causa della Legge 12.468/11 del 1974  che regolamenta la professione di taxista . La legislazione infatti proibiva l’erogazione di servizi di trasporto a pagamento da parte di soggetti diversi dai taxi  espressa nella Risoluzione 4.287/14 della Agenzia Nazionale del Trasporto Terrestre ( ANTT) che definiva  ” clandestino il trasporto  remunerato di persone, realizzato da persona fisica o giuridica , senza l’autorizzazione del Potere Pubblico competente ”

La questione alla fine è arrivata sul tavolo del  Supremo Tribunale Federale  che ha dichiarato legale il servizio nel Maggio di quest’anno.

Secondo il Ministro  Ministro Marco Aurélio Mello, gli applicativi sono ” un servizio di utilità pubblica che è di natura privata ” . Insomma la innegabile utilità e beneficio per il pubblico del servizio erogato dagli applicativi ha alla fine avuto  la meglio  su tutte le altre considerazioni .

La decisione presa vale ovviamente in tutto il Brasile .

Io sono da anni utente di UBER in Brasile , pago con la carta di credito regolarmente registrata nell’applicativo e ne sono  soddisfatto . Quest’anno sono stato ad Amsterdam prima ed a Londra poi dove vivono i miei figli ed anche in quella occasione ho utilizzato UBER , poi torno in Italia e ridivento preda del taxista nostrano . Auto non all’altezza del prezzo pagato , balzelli sui  bagagli , sull’orario , sul fatto che l’aeroporto è fuori Caserta . Tariffa che anche se concordi in anticipo può sempre essere rimessa in discussione ( mi è capitato la mattina che dovevo partire per il Brasile e nevicava ) .

Perchè non legalizzano questo e tanti altri servizi basati su applicativi che possono generare migliaia di posti di lavoro , soprattutto per i giovani ?  Putroppo il nostro è un Paese ingessato che è già colato a picco nel mediterraneo ma che ha ancora un pezzetto fuori dell’acqua , il nord ,ancora per poco .

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