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Aurelio Gennari

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  • Bastonate furon date a quei frati che rubarono le anguille -.

Diceva così e poi rideva, sardonico. Era una frase che lo metteva di buon umore.

D’estate la collanina d’oro gli segava il collo, d’inverno stava spesso barricato in casa davanti alla televisione. Aveva folte ciglia bianche, da demonio, era calvo più o meno come me, stesso stile, ma gli occhi erano grigio chiari.

D’estate cucinava pesce alla griglia, i suoi spiedini avevano un sapore che sono riuscito a provare più tardi solo in un ristorante, lungomare, sempre a Pesaro, quando andammo a mangiare tutti insieme, io, Maria, Julia, Milena, Gabriel e i miei amici di Pesaro, cioè Bolo, Cana, Lucio e Fabio.

Raccontava anche spesso una strana barzelletta di una fila composta di animali che aspettavano di salire forse sull’Arca di Noè, dietro all’elefante c’era un topolino, l’elefante si irritava a causa delle frasi del topo che lo prendeva per il culo  (non ricordo esattamente cosa dicesse il topo all’elefante), il nonno me l’aveva ripetuta tante volte, ne ricordo una, quando, e succedeva di rado, dormii tra lui e la nonna, il nonno Aurelio mi raccontò la barzelletta e poi rise quella risata sardonica.

Non aveva studiato, aveva badato ai fratelli e alla madre quando il padre era morto, aveva superato due guerre mondiali, la prima da bambino, la seconda da soldato, aveva combattuto in Albania anche se combattuto non è la parola giusta, venne ferito quasi subito e rimandato a casa dove, assieme alla nonna, fece un figlio e lo chiamò Marco Gennari, mio padre.

Le donne le chiamava scimmie, “Andate dietro alle scimmie?” diceva a me e a mio cugino. Bestemmiava parecchio nonostante la moglie fosse cattolica devota, anche se, a dire il vero, era solito dire porco dioli, aggiungendo la “l” e la “i” alla parola Dio, fuggendo forse con questo stratagemma dal peccato di blasfemia. Tifava Inter (nessuno è perfetto) e guardava la boxe alla televisione, anche di notte, gli piaceva proprio osservare due uomini che si prendevano a pugni.

  • Io li metterei tutti in fila contro un muro e gli farei sparare così, uno a uno, PUM, PUM, PUM – questo pensava dei politici, li odiava però votava Democrazia Cristiana, come mio padre, anche perché era stato Forlani, emerito esponente della DC pesarese, ad inserire Marco Gennari nella lista dei neoassunti dell’ENI di San Donato Milanese.

A quei tempi (non so come funziona oggi) per entrare all’ENI era necessario aderire alle quote di un partito, potevi scegliere il tuo preferito ma un partito dovevi averlo, c’erano i socialisti, i democristiani e i comunisti e ognuno aveva i suoi contatti, i suoi diritti e doveri negli organigrammi delle maggiori aziende italiane; Forlani, pesarese, aveva il diritto di scegliere i pesaresi che avrebbe mandato a lavorare a San Donato Milanese. Correva l’anno millenovecentosessantotto, cosa successe esattamente non è chiaro, non ricordo chi mi raccontò che il nonno, preoccupato per la situazione del figlio neolaureato in chimica e disoccupato, andò da uno dei preti della parrocchia di Cristo Re, forse dal parroco e lo minacciò:

  • Se non trovi lavoro a mio figlio, io nel ristorante ci faccio entrare solo i comunisti e gli cedo la sala per riunirsi anche tutti i giorni, se lo chiedono.

Gestiva un locale insieme alla nonna, un famoso ristorante sulla Statale, proprio all’entrata di Pesaro, l’osteria della Crista. La Crista era una signora che, si dice, fumasse sigari, bevesse vino e giocasse a carte con gli uomini. Non è ben chiaro se fosse la nonna di mia nonna, alcuni dicono di sì, altri negano, mia nonna e il nonno comunque lavoravano per lei, mentre il padre della nonna, bisnonno Roberto, era in Svizzera dove faceva il “selcino”, costruiva marciapiedi e asfaltava strade. Il bisnonno in Svizzera riuscì a guadagnare dei soldi e quando, durante gli inverni, tornava a Pesaro, spendeva i suoi risparmi costruendo la casa di famiglia, la stessa nella quale oggi vivono i miei genitori. C’è chi dice tra i cugini che lui dovette scappare in Svizzera perché negli anni quaranta, ubriaco in qualche bar, aveva parlato male di Mussolini ed era stato prelevato dalle camicie nere e sottoposto all’umiliazione di bere l’olio di ricino. C’è chi dice che andò in Svizzera solo per sfruttare una buona opportunità di lavoro e lì si costruì una nuova famiglia (nessuno dei possibili e improbabili figli elvetici venne però a Pesaro a reclamare alcunché).

Il nonno un anno andò col bisnonno Roberto in Svizzera a lavorare e soffrì un grave incidente, tornò a Pesaro con delle costole e una vertebra rotte, la nonna allora gli proibì di abbandonare la loro casa per cercare fortuna all’estero, che all’estero ci andasse suo padre, solamente. Fu così che Aurelio, venduto il ristorante, divenne operaio in una fabbrica di fisarmoniche e ci rimase fino all’età della pensione. Riceveva una pensione di guerra, non alta come quella del fratello che era stato prigioniero in un campo nazista in Germania per più di un anno e, quando era tornato, si era curato la polmonite all’ospedale di Pesaro dove era rimasto sei mesi. Il fratello del nonno si chiamava Giuseppe Gennari, Pippi, la moglie è ancora viva e mi ha raccontato un aneddoto. Lui era a Trieste e stava per essere deportato in Germania, era in fila con altri prigionieri, stava per prendere il treno, fermò una passante, le chiese carta e penna e scrisse un biglietto per la fidanzata pesarese, per la minuta Maria – Ti prego, ti amo, aspettami – poi diede l’indirizzo di Maria alla sconosciuta e, caso curioso, il biglietto raggiunse la destinataria che aspettò davvero il ritorno del fidanzato, nonostante le circostanze facessero pensare che era morto.

Mio nonno è morto di tumore al secondo piano della casa familiare, nella stessa stanza nella quale io dormo quando vado a trovare i miei genitori. Uno degli ultimi giorni chiesi alla nonna di andarlo a visitare, lui era sdraiato, magro, sotto alle coperte, debilitato disse: – Piera, non voglio che Matteo mi veda così.

Io però non lo ascoltai, mi avvicinai, lo abbracciai e lo baciai forte.

Ancora lo amo, come allora.

E’ il Gennari al quale più assomiglio, al quale mi sento più vicino. Perché mio padre ha fatto una vita molto diversa, è andato a vivere a Milano, è diventato un dirigente, mio nonno invece è rimasto una persona semplice che non possedeva niente, a parte la bicicletta che teneva custodita in garage e le damigiane per il vino (la casa non era sua, era della nonna).

Mio nonno era una brava persona che per tutta la vita ha solo fatto il suo dovere di figlio, di marito, di padre, ma si è anche concesso degli svaghi, andava a pescare col fratello e adorava passeggiare lungomare coi pantaloni lunghi arrotolati sulle caviglie o su fin sopra alle ginocchia. Teneva i piedi in acqua e si chinava, secchiello in mano, per raccattare le “poracce”, le vongole, le conchiglie e le cozze. Poi le portava a casa alla Pierina che le usava per cucinarci il suo meraviglioso sugo. Erano pranzi memorabili, poche volte radunati all’aperto, altrimenti tutti seduti in cucina. Eravamo io, babbo Marco, mamma Giusi, lo zio Paolo, la nonna Rina, Aurelio e la Pierina. Eravamo una famiglia e ciò che ci univa, la scusa che ci univa erano il sughetto di pesce della Pierina e gli spiedini di Aurelio Gennari. Fuori in cortile splendeva il sole sulle viti, sui calcinacci, i cugini che abitavano affianco spesso mangiavano davanti alla porta di casa perché erano più numerosi di noi e in cucina non ci stavano, le sorelle Rossi nell’altra casa giocavano con l’altalena o anche loro pranzavano col padre Giannì e la madre Rosi. Il cielo terso azzurro, il mare in lontananza, le grida di allegria dei bambini dalla spiaggia, le partite di pallavolo o di calcio che si stavano giocando sulla sabbia, tutto tendeva alla perfezione e all’armonia.

Le ultime ore di Henrique

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TOC, TOC, TOC.

«Apritemi, per l’amor di Dio, sono Henrique!»

È Henrique che sta bussando al centro spiritista Lar do Amor, nella rua Viúva Lacerda, quartiere Humaitá, Rio de Janeiro.

«Ho bisogno di un sofà dove dormire. Voi non siete caritatevoli? E allora datemi questo cazzo di sofà!»

Sta piovendo, sono le cinque del mattino. Disturbato dalle grida del carioca disperato, il guardiano grassottello è uscito dalla sua postazione e fissa il giovane, pensando a quando e se dovrà intervenire. La Viúva Lacerda è una strada senza uscita e, all’ingresso, c’è un posto di blocco al quale le macchine sono costrette a fermarsi. Chi procede a piedi invece va oltre senza controlli. Così è successo a Henrique mentre tornava ubriaco dal bar.

«E attenti che il sofà lo voglio bianco e non blu, perché negli Stati Uniti avere i mobili e i divani bianchi in casa è segno di ricchezza. Per lo meno in Texas è così…»

Il ragazzotto coi capelli lunghi sta barcollando. Piegato in avanti, pare pronto a vomitare. Si ripiglia invece e adesso la porta del centro spiritista Lar do Amor nella Viúva Lacerda la sta prendendo a calci.

«Mi sento solo. Non ho nessuno con cui parlare. Apritemi, cazzo!»

Il guardiano è a pochi metri dal giovanotto e lo fissa, valutando innanzitutto se è armato. Non è armato, è solo ubriaco. Viene da una nottata storta. Ha bisogno di andare a letto. Ma perché si è piazzato davanti a quella porta e sta facendo tutto ’sto casino? Henrique fissa il guardiano e valuta, tra i fumi dell’alcol, se il tipo interverrà o se chiamerà la polizia. Non vuole passare un’altra notte coi mendicanti, coi teppisti, con gli ubriaconi delle vicinanze che si fanno arrestare per non bagnarsi troppo, in strada. Lui vuole entrare nel Lar do Amor perché un amico della madre gli ha detto che anche lui era un alcolizzato, che era un drogato, che aveva rubato e, quando ha conosciuto il centro spiritista, è cambiato, ha capito dove stava il bene e dove il male. Henrique è stanco. Da quando è tornato dagli Stati Uniti e i suoi genitori si sono separati, niente è più andato per il verso giusto.

«Apritemi, cazzo, apritemi, datemi il vostro sofà, io sono un couch hunter, negli Stati Uniti ce ne sono molti di cacciatori di sofà che girano le case degli amici dormendo di qua e di là, io sono uno di loro… Be’, sì, ho bevuto troppo ma adesso…»

Le prime luci del mattino fanno capolino dietro il cocuzzolo della collina. La Viúva Lacerda, alberata, fresca soprattutto in giorni come questo, sembra risvegliarsi poco a poco. Gli uccellini cantano, nonostante il tempo brutto. E un uomo con un cane al guinzaglio sta scendendo dall’alto della collina con un sacchetto di plastica in mano che gli servirà per raccogliere le feci dell’animale. Henrique si guarda alle spalle e scorge il guardiano col viso assonnato. Capisce che ha esagerato ed è arrivato il momento di andarsene. Al Lar do Amor ci tornerà una sera, durante le sessioni, le riunioni, ci tornerà un mercoledì sera, sì, l’amico della madre gli ha detto che il mercoledì è il momento migliore perché al secondo piano c’è una riunione di lettura del Vangelo e il tuo nome scritto su un foglio lo mettono al cospetto degli spiriti, se c’è qualcosa di grave i dirigenti del centro poi ti telefonano… Che gli avrà preso? Che idea quella di battere contro la porta del centro così presto la mattina di un… Che giorno è? Deve tornare a casa dalla madre che ha bisogno di lui. Da quando si è separata dal padre ha sempre bisogno di lui. Essere figli unici è una tragedia.

«Toglimi le mani di dosso!» grida all’energumeno.

Scosta la mano di quello dalla sua spalla e si dirige verso la via Humaitá, la via principale già abbondantemente trafficata. Prenderà un taxi e il taxi lo porterà a Copacabana, dalla madre. L’idea di vedere la madre in quelle condizioni lo terrorizza. Prende una sigaretta dalla tasca e l’accende. I pantaloni e la maglietta sono spiegazzati. I capelli lisci e lunghi sono bagnati. Henrique è bello, Henrique fuma e pensa che la sua bellezza è rimasta come era quindici anni fa, quando assieme ai genitori è andato a vivere in Texas. Il ritorno in Brasile, il divorzio sono stati traumatici ma è ancora vivo. E c’è sempre tempo per un nuovo inizio. Fuma una lunga boccata, tossisce e si sente meglio.

«Taxi!» grida di fronte alla salita che porta al cimitero João Batista e al tunnel Velho che divide Botafogo e Copacabana. Una macchina si ferma di colpo schizzando i pantaloni del giovanotto che impreca, getta la sigaretta nella pozzanghera, apre la portiera ed entra.

La madre di Henrique è una signora bionda, alta, magra, di circa cinquant’anni. Vive in un piccolo appartamento nella Barata Ribeiro, a Copacabana, angolo con la Figueiredo de Magalhães. Vive sopra una pizzeria, quella con i ragazzi in moto che fanno le consegne con le pizze custodite nei portapacchi di plastica rossi. La madre di Henrique fino a pochi mesi fa abitava in questo appartamento con il marito che però, di punto in bianco, l’ha lasciata. Pare si sia innamorato di un’amica del figlio, di una ex fidanzata del figlio, di una certa Clara Pitzer, bionda, occhi scuri, figlia di un’indigena e di un tedesco. Pare che tale Clara Pitzer sia molto bella e che il padre di Henrique non abbia resistito alle avances della ragazza una volta che lei era rimasta a casa loro a studiare e lui l’aveva riaccompagnata a Barra da Tijuca dai genitori perché ormai era troppo tardi per prendere l’autobus. Il padre di Henrique non ci ha pensato su troppo ed è andato dall’oggi al domani a vivere col suo nuovo amore in un piccolo appartamento a Barra da Tijuca. Da quando il signor Bolzatto ha lasciato il tetto coniugale, cioè circa tre mesi fa, le cose sono precipitate: il figlio si è ubriacato praticamente tutte le sere e la moglie è caduta in una specie di letargo indifferente. La signora Bolzatto passa ormai le giornate davanti alla televisione masticando gli psicofarmaci che uno psichiatra amico le ha prescritto per superare il brutto periodo. Adesso, alle sei e mezza della mattina, la signora sta dormendo. E sono i momenti migliori, i momenti di calma, Henrique infatti apre la porta cercando di fare il minor rumore possibile, calpesta la moquette polverosa, dà un calcio allo yorkshire che viene a leccargli la caviglia sporca di fango e subito si pente. Si china, Cristallina (nome strano per un cane) deve mangiare qualcosa, il giovanotto va verso la cucina ma inciampa nel sofà grigio ammuffito e ci cade sopra.

“Un sofà…” pensa. “È come negli Stati Uniti, io sono un cacciatore di sofà e adesso ho trovato il mio”. Chiude gli occhi mentre il cane gli sta mordendo le dita della mano. Si toglie le scarpe senza usare le mani e quelle sporcano di fango la moquette. Gli schizzi di fango raggiungono anche la parete della televisione. Henrique, spaparanzato, finalmente solo (lui che si sente sempre solo), solo senza le chiacchiere e le ansie della madre a riempirgli il cervello, pensa che è arrivato il momento di farsi una bella sega. È ancora ubriaco e la fantasia viaggia a quella puttana di Clara Pitzer che non solo lo ha rifiutato ma gli ha preferito il padre. E poi glielo ha detto: «Mi succhio tutti i soldi di tuo padre e poi lo lascio!»

Lui teme che ne sia capace, teme sia capace di succhiargli i soldi (e non solo) e di fargli spendere tutto quello che ha, alla ricerca della scopata eccezionale. Il padre è il tipo adatto a quel genere di deliri. Ma quanto gli costa essere sempre ragionevole, quanto gli costa essere più ragionevole del padre, quanto gli costa essere figlio di una psicotica e di un eterno adolescente!

Il giovane prende il suo cazzettino in mano, prende il cazzettino piccolo come quello del padre, in mano. E pensa a Clara Pitzer che fa un pompino al padre. Si eccita a pensare al suo vecchio pelato, peloso e a quella figlia del demonio accovacciata fra le sue gambe che glielo prende in bocca. Clara sussurra cose indicibili, poi smette di parlare e fa il suo lavoro. “Dillo che odi tuo figlio, dillo”, dice al padre e il signor Bolzatto replica: “Mio figlio è una testa di cazzo”, e dice così perché vuole che quella puttana continui. Lo yorkshire morde il gomito di Henrique che comunque non è riuscito ad eccitarsi e ha deciso di abbandonare quella fantasia. Si è già masturbato altre volte pensando a quella zoccola e al signor Bolzatto. Ha voglia di bere. Ha voglia di dormire. È mercoledì. Più o meno le sette del mattino. Dalla Barata Ribeiro si sentono i clacson, il casino quotidiano si è impadronito di Copacabana.

«Henrique sei tu? Sei tornato?» grida la signora Bolzatto dalla stanza la cui porta è aperta e il giovanotto è ora che se ne accorge.

«Sì, mamma».

«Ti sei divertito con gli amici?»

«Sì, mamma».

«Stai bene?»

«Certo, mamma. Adesso mi riposo un paio d’ore e poi vado all’università».

«Io invece voglio dormire tutta la mattina. Prendo il mio sonnifero. Stanotte non ho dormito bene e devo recuperare. In forno ci sono le lasagne di ieri. Sul fuoco il riso, i fagioli che Maria ha preparato ieri. Prima di andare a dormire apri la porta a Maria, per favore. Dille di dare da mangiare al cane e di preparare un panino per te, per l’università. Ma lasciami dormire, per l’amor di Dio, che sento che se non dormo ancora un po’ impazzisco. E chiudi la porta della mia stanza!»

Henrique si alza in automatico dal divano, raggiunge la camera della signora Bolzatto e chiude la porta senza guardarci dietro. Poi va in cucina, raccoglie da terra il sacco del cibo del cane e versa dei chicchi duri e insapori nella ciotola di Cristallina. Lo yorkshire scodinzola verso il cestino e lui ne approfitta per tornare in sala. La cagna rimane chiusa in cucina quindi, ed è meglio per lei che potrà mangiare e per Henrique che potrà pensare, da solo, in sala. Il ragazzo apre la finestra. Esce in balcone. Il cielo di Copacabana è grigio. Ha smesso di piovere. La via Barata Ribeiro è piena di macchine e di autobus. L’aria è inquinata. E lui, per festeggiare l’ennesimo pensiero negativo della giornata, si accende una sigaretta. Osserva, dall’alto, l’edicolante che appende le ultime edizioni di O Globo. Osserva gli uomini barbuti che camminano rapidi. E il tipo con le gambe gonfie che chiede l’elemosina. Pensa che in questa vita tutto ha sempre una ragione, tutto ha sempre un senso. Se il padre li ha lasciati, ci deve essere un senso. Se la madre è caduta in depressione, un senso ci deve essere. Se il cane ha fame, c’è un senso. Se lui ha sete e ha voglia di bere, un senso c’è e adesso gli pare di intravederlo. Getta la sigaretta giù dal balcone e si lancia, come se stesse tuffandosi in una grande piscina, dietro alla sua sigaretta.

Il traffico di Copacabana reagisce con un aumento del rumore dei clacson che non si fermano più. Il corpo del giovanotto adesso è a terra, davanti alla pizzeria. Gli occhi semichiusi vedono il rigagnolo prodotto da una pozzanghera. Henrique li apre e li chiude e non pensa più a niente. Cioè a qualcosa pensa ma non sa a cosa. Pensa alla madre che sta dormendo, al cagnolino che forse sta mangiando e a Maria, la domestica, che quando aprirà la porta di casa troverà la madre che sta dormendo e il cane chiuso in cucina.

«Aiuto, aiutatelo!» grida qualcuno.

«Chiamate un’ambulanza!»

Non sono morto, questo pensa il giovanotto appena tornato dal Texas. Ma potrebbe essere morto, potrebbe essere tutto un sogno. Vorrebbe tornare indietro, vorrebbe stare sul balcone con la sigaretta in bocca, vorrebbe non essersi buttato dalla finestra. In fondo si trattava di una mattina come tante altre, di una sbronza da smaltire…

La UE blocca le importazione di carne di pollo dal Brasile

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La UE ha appena annunciato il blocco delle importazioni di carne di pollo provenienti da 20 aziende brasiliane . L’embargo entrerà in vigore dopo 15 gg dalla pubblicazione ufficiale .

La UE ha motivato questa decisione riferendosi a deficienze nel controllo sanitario brasiliano .La lista delle 20 aziende bannate non è stata comunicata per motivi commerciali ma è certo che 12 appartengono al gruppo BRF , il più grande produttore di proteina di pollo del mondo  e proprietaria di due marchi di rilevanza nazionale Sadia e Perdigao .

Il Brasile è il maggior esportatore di carne di pollo del mondo e l’Unione Europea il suo principale cliente . Il blocco è responsabile dell’11% del fatturato di questo prodotto . Per questo motivo sono attese ripercussioni economiche e finanziarie quali un eccesso di offerta di carne di pollo in Brasile con conseguente calo del prezzo  al contrario dell’Europa dove la diminuzione della offerta provocherà un aumento del prezzo .

Molte aziende , in vista di questa decisione , già temuta dal tempo dello scandalo della “carne fraca ” , hanno provveduto a ridurre la produzione e mandare in ferie i dipendenti .

Al Brasile , per il momento , non resta altro da fare se non ricorrere alla OMC  contro la restrizione della carne brasiliana .

Il prete

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 Don Matteo è così felice dei risultati ottenuti dai suoi alunni (non soltanto suoi ma anche di Marzia, Carmigna e dei valenti professori Weverton e Eduardo, subentrato all’ultimo minuto, un signore sui cinquanta, educatissimo) dopo i primi quattro mesi di lezione (le lezioni sono dal lunedì al venerdì dalle 18 alle 21 e sono state cancellate solo in due occasioni, la prima volta a causa di una forte pioggia con conseguente inondazione, la seconda a causa di una sparatoria). I professori Weverton (della Baixada) e Eduardo (della Zona Sud, Eduardo ha sostituito Dario che quando ha visto i narcotrafficanti armati e ha capito che avrebbe dovuto passarci davanti tutti i giorni per recarsi al lavoro, si è licenziato) stanno mantenendo un buon ritmo e sono riusciti nel miracoloso proposito di catturare l’attenzione di tutti i trentacinque alunni, compresi la bella Andressa e il fidanzatino Lucas. Andressa poi pare avere messo la testa a posto e ha smesso di fare l’occhiolino a Don Matteo che, come una vedetta o una spia, è presente quasi a tutte le lezioni e cammina tra i banchi, chiede a questo o a quella avete capito?, stimola i professori al confronto o si siede lui stesso in un banchetto vuoto e cerca di assimilare il contenuto delle spiegazioni, prende appunti, serve d’esempio agli iscritti al corso che osservandolo meditano su quanto il religioso italiano creda nel progetto e, per emulazione, finiscono per crederci anche loro. Dopo quattro mesi Weverton, scuro come un senegalese e Eduardo, con i tratti somatici schematici e secchi come quelli di un portoghese, hanno preparato e somministrato una prova a sorpresa i risultati della quale verranno inviati ai finanziatori del progetto, cioè alle risorse umane di una piccola ditta della Brianza contattata dal fratello minore di Matteo, noto ingegnere della zona. Il prete è ansioso forse anche più dei suoi alunni perché sa che i brianzoli qualora ricevessero verifiche fatte male, qualora sospettassero che i soldi spesi non servono a niente, penserebbero certamente di impiegarli in altro modo, aiutando magari un’altra associazione. Matteo ne ha parlato a Marzia e la sua amica Marzia, la nera Marzia orgogliosa moglie di Ney ha replicato: 

  • Stai calmo, italiano, altrimenti ti viene un infarto.

Lui infatti era molto, troppo nervoso mentre le raccontava dell’importanza di quelle verifiche e camminava avanti e indietro sulla terrazza che sovrasta il tetto della scuola, terrazza dalla quale si vede la casa a due piani di Marzia e Ney con il cane della coppia, un cane minuscolo chiamato Principessa, che abbaia agli aquiloni. Matteo era nervoso e fumava una Marlboro dopo l’altra, da un po’ di tempo ha ripreso anche a bere la sera nei due bar all’entrata della Rocinha, il lunedì, il mercoledì e il venerdì beve bel Trapia’, il martedì, il giovedì e il sabato nella Garota da Via Apia. La domenica non beve ma va a messa nella parrocchia della favela dove adora ascoltare le omelie di Fra’ Bernardo.

Stranamente, ha smesso di frequentare centri spiritisti.

  • Marzia, a calmarmi non ci riesco. Questo progetto per me è troppo importante.

Il religioso e la favelada parlavano e dal terrazzo scorgevano la Rua Dois, in alto, al culmine di migliaia di casette costruite con mattoni rossastri e senza intonaco. E’ nella Rua Dois che si ritrovano i narcotrafficanti rimasti fedeli a Rogerio 157 e al Comando Vermelho. Matteo non li ha visti ma gli hanno detto che, armati, sbevazzano nei bar minuscoli che come vecchie rannicchiate paiono scavati nella roccia. I narcos sono pronti ad affrontare la polizia, i reparti speciali, l’esercito o i banditi nemici fedeli a Nem e a Amigos dos Amigos, ma non hanno intenzione di guerreggiare sobri… Vicino all’asilo di Marzia sempre passa qualche soldato della fazione Comando Vermelho, si tratta per la maggior parte di adolescenti della stessa età o più giovani dei trentacinque iscritti al corso pagato dai brianzoli, alcuni sono stati alunni dell’asilo di Marzia che non hanno seguito il buon esempio e si sono fatti sedurre dai privilegi di una vita da bandito. Al momento si limitano a fare le ronde nella Roupa Suja che è un luogo strategico dirimpetto al vertice destro della pietra che sovrasta la collina, dal quale si raggiunge la foresta, ed è attraverso la foresta che i narcos visitano gli amici delle favelas alleate o scappano dall’esercito e dalla polizia.

  • Matteo, io ti capisco sai, anche per me è importante ma non possiamo permettere che la realizzazione dei nostri progetti sia vincolante. Prima viene Dio, sempre e comunque, poi i nostri sogni.

Marzia è un’accanita lettrice della Bibbia, parla due volte alla settimana dal pulpito di varie chiese evangeliche della Rocinha. Le sue parole sono rispettate da tutti.

  • Sì, Marzia, noi però dobbiamo lottare e non possiamo lasciare che il male abbia di nuovo il sopravvento – il religioso intanto fuma una sigaretta dopo l’altra – La Rocinha ha già sofferto troppo e poi cosa vogliamo noi se non fare del bene, aiutare qualche adolescente a costruire un futuro di pace, un futuro prospero. Essendo queste le nostre intenzioni, perché Dio non dovrebbe agevolare la realizzazione dei nostri sogni?

Marzia sospira e non fa in tempo a rispondere perché sulla terrazza adesso c’è Carmigna che l’avvisa che è arrivata la pediatra e lei, direttrice dell’asilo (di sera l’asilo si trasforma nella scuola gestita da Don Matteo) deve parlarci perché ci sono dei bambini che hanno tosse e mal di pancia. Carmigna è meno sicura di Marzia, è ansiosa e più di una volta lei e Don Matteo hanno chiacchierato e intuito, parlandosi, che si assomigliano. Carmigna non vive nella Rocinha, ci viveva ma ora non più. Ci viene solo a lavorare. Marzia invece abita nella casetta che si trova a meno di venti metri in linea d’aria dalla terrazza dell’asilo. I due edifici sono separati da poche vie scavate nella roccia che paiono viottoli medievali di un borgo, decadenti e sporchi.

L’italiano finisce la sigaretta e la spegne nel bicchiere con acqua che tiene nell’altra  mano. Poi appoggia il bicchiere per terra e si avvicina alle inferriate che lo separano dal resto della favela. Casette, aquiloni, moto taxi, taxi, auto, van, autobus, televisioni, radio, casse degli stereo accese a tutto volume, segnali di una continua agitazione che, quando non è trasfigurata dalla violenza, è ricca di significati e di vita. Matteo legge la scritta che capeggia sul muro davanti alla casa di Marzia: “Se il cammino è difficile, significa che sei sulla strada giusta”. E pensa agli alunni, alle alunne, pensa a Andressa e Lucas, pensa ai professori, alle verifiche, ai test di ammissione all’università, cioè il traguardo che decreterà il successo o l’insuccesso della sua idea, e si sente colmo di gioia e di riconoscimento verso il Signore… eppure un tarlo, qualcosa, un non so che gli rode dentro e lui questa strisciante sensazione di malessere non riesce a definirla, solo sa che cercherà di placarla al bar la sera con qualche amico improvvisato. Don Matteo sa che Marzia sa delle sue frequentazioni notturne. Marzia sa e non gli ha ancora detto niente.

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