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da Rio/2

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L’amore è dappertutto

è nel rituale e nella voce della vicina

vecchia e insopportabile

filo Bolsonaro

è nello spirito d’un indigeno che ha detto

– Abbiate fede in me e stasera toglietevi le maschere.

La vecchia insopportabile parla al telefono

delle gesta del Presidente

dice che come lui non c’è nessuno

ed è pure bello.

 

L’amore è nei figli che dalle 8 alle 20 non si staccano dal computer

è nella noia d’un giorno dopo l’altro tutti uguali

nell’illusione d’un rapporto

nel sesso che è un’illusione

nel corpo che si consuma

poco a poco.

 

L’amore è nel tifo televisivo con gli stadi vuoti

nelle urla strozzate

negli inchini davanti all’altare

e nelle statue dei santi

e di un Dio

a cui penso mentre vado a spasso con il cane.

 

Sono credente, almeno credo

la vicina però urla – Bolsonaro, Bolsonaro!

al telefono con un’amica

il suo orgoglio mi annulla, qui alla mia finestra

chino su me stesso

chino sul nulla.

 

L’amore è nella fedeltà del mio cane

a cui devotamente confido i miei pensieri

mentre cammino, al mattino

poi prego Dio di darmi la forza di amare tutti

anche la mia vicina

che ucciderei invece devo amare

per il mio bene

perché se non amo, appassisco

se non amo, muoio

se non amo, torno uguale a 20 anni fa.

 

L’amore è nella fedeltà di Dio ai suoi piani

e del mio cane a me.

Da Rio

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L’amore era dappertutto

era nelle fogne, nelle tombe, coi topi

e con gli insetti

nella separazione, nell’isolamento

nella morte in lingue straniere

nei sottoscala

dove i portinai, residenti in favela,

facevano la doccia a fine turno.

 

L’amore era nei figli spaventati

nei genitori in crisi, in una generazione

d’alienati, era nelle mascherine,

nel contagio, nella danza della morte

L’amore era nei calamai, negli ospedali,

nei posacenere, nei polmoni.

Nei tumori, negli infarti, nelle parole ultime.

Nei preservativi usati che il mio cane calpesta,

a Copacabana.

C’è amore, dappertutto

e mai come ora

non me n’ero accorto perché non volevo vedere

c’è amore nella fine dell’amore

nelle rime, nel dolore

nel colore viola o nero

nel cimitero

nelle nuvole a quadrettoni, nella luna che fissa

il volto dell’oceano e arrossisce di pudore

di languore o di vergogna se uno straniero

con la museruola sulla bocca

parla alle onde, sottovoce.

Lo stato delle cose – e il mare s’aprì.

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Dalla Favela Rocinha dicono: molti casi, molti malati, molti morti.

Nei centri religiosi che frequento dicono: ricominciamo, ritorniamo gradualmente alla normalità.

Il sindaco di Rio dice: le scuole private se vogliono possono aprire, quelle pubbliche aspettino.

Bar e ristoranti qui a Copacabana: alcuni sono aperti, i tavoli sono all’aperto e i clienti rilassati; altri rimangono chiusi.

Gli shopping center sono aperti.

Camminando sul lungomare: vari chioschetti aperti, uno circa una settimana fa ospitava una festa piena di gente. Però c’è una macchina della Prefeitura che passa e, attraverso un altoparlante, invita le persone a preoccuparsi del contagio e tornare a casa.

Ai brasiliani e stranieri residenti qui, intanto sono resi più complicati il viaggio, l’ingresso e la permanenza in Europa.

Alla fine non ci rimangono che i pazzi tipo quello che ho incontrato già tre, quattro volte: vestito bene, Bibbia alla mano, in piedi in spiaggia davanti all’oceano con fare apocalittico citava il libro dell’Esodo e invitava il mare ad aprirsi.

Io mi sono fermato ad osservarlo. Ci credeva proprio; era, al contrario di me, cento per cento dentro alla rappresentazione che dava di se stesso.

Paraìba

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