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Notre Drame : brucia la Cattedrale simbolo di Parigi !

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Non ho niente da aggiungere a questo post. Mi sembrava giusto , anche se non ha nulla a che vedere con vivereinbrasile , ricordare sul blog questo evento .

L’organismo

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Testo e foto di Gianluca Uda

  Del resto me lo avevano detto e anche più di una volta ad esserne sincero.
Stai attento, mi dicevano, in quel posto là… è difficile entrarci.
Ma non era solo questo, mi ripetevano anche che il difficile sarebbe stato uscirne.
Forse non ne uscirai mai del tutto… mi facevano abbassando in parte lo sguardo.
Logico, chi parlava così era solo gente che ci era entrata dentro quel luogo. Persone che in un qualche modo, avevano avuto un contatto con quell’essere.
Si perché forse, osservandolo bene, era più simile ad un’organismo che ad un vero e proprio luogo.
Quando mi sono ritrovato di fronte quell’ammasso, mi trovavo nell’asfalto a pochi metri dall’entrata.
Avevo in testa le parole degli altri.
Si… i giudizi e le paure di chi non aveva mai varcato quel limite.
Tra l’asfalto e l’organismo c’era una barriera mentale.
Barriera costruita da paure, da storie riprese dalla televisione, da racconti altrui.
Logico c’era del vero in tutte quelle storie, ma come ogni cosa non è sempre quello che gli altri ci dicono che corrisponde alla verità.
Forse la verità non esiste, non è mai esistita.
La bugia ci aiuta ad andare avanti è quasi strutturale, ma questo non è un mio pensiero, mi è stato detto… o forse l’ho solo letto da qualche parte.
Le chiamano favela per via delle piante di fave… già perché non ci avevo pensato prima.
Dall’asfalto puoi osservare la struttura imponente, quasi per tutta la sua ampiezza.
Sembra quasi che respiri quella cosa la… ma certo che respira, lo sento e non credo di essere l’unico a sentire quell’affanno.
A vederla così nella sua interezza potrei solo paragonarla ad un’opera artistica.
Un’arte moderna o antica, non saprei.
Un’ordine nel disordine, non so… quest’immenso paesaggio urbano mi disorienta, ma sono pronto ad entrare.
La paura è andata via come ho lasciato l’asfalto. Forse quel sentimento è imprigionato in questa linea invisibile che divide San Corrado da Rocinha.
Le parole degli altri, non è sempre bene ascoltarle.
Ci sono varie forme di entropia, una che parla di calore e universi, un’altra di organizzazioni sociali, ma questa di entropia, di caos e del tutto differente.
Cosa è il caos?
Per molti è disordine, mancanza di regole, anarchia… ma si sbagliano.
Il caos è solamente un’ordine complesso, una volta che sai leggere le carte di quella che definiamo confusione, tutto ci appare molto più chiaro e in linea, riesci anche a percepire l’ordine e l’equilibrio delle cose.
Rocinha credo sia un’enorme ordine complesso.
In realtà questo luogo è vivo, un organismo dai mille occhi colorati come le luci che escono dalle finestre.
Il posto ti osserva, non c’è dubbio… anche le persone ti osservano anche se sembra non abbiano gli occhi puntati su di te.
E poi tutti questi fili elettrici legati in enormi matasse, questo è un’organismo e questi fili non sono altro che il sistema nervoso del tutto.
I nervi, gli occhi, le moto che passano in continuazione come globuli rossi in grosse arterie abitate di gente e volti nuovi.
Sento il respiro.
Alcuni edifici hanno inglobato alberi o pali della luce, sembra che l’organismo in un qualche modo cresca ed è la sua gente ad alimentarlo, a renderlo vivo.
Non c’è silenzio.
Un sottofondo continuo di clacson, rumori di gente, di musica.
Musica che parla di sesso.
Questo posto è donna, lo si capisce dalla sua forza nel resistere.
La strada principale divide l’organismo, questa grande arteria sempre in movimento. Su i due lati si capisce che labirinti di vie ti potrebbero portare ovunque.
Quei labirinti sembrano come le varie alternative che il caos può regalarti, che la vita può donarti.
La musica parla di sesso ma non solo.
Pochi sono gli edifici intonacati, la maggior parte ha il colore della pelle… un colore simile al rosa.
La pelle dell’organismo, fatta di mattoni posati in fretta, attaccati con del cemento messo alla buona.
Si vede sempre dell’acqua scendere giù, come un fluido corporeo, come il siero che esce dalle ferite per guarire la tua pelle.
Le ferite ce ne sono e questo è un po’ come il respiro di quest’essere… lo si sente.
Le chiamano favela per via delle piante di fave… già perché non ci avevo pensato prima.

Qui in basso vi propongo un link per poter collaborare ad un crowdfunding.

Grazie

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Una poesia per Marielle Franco

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Ringrazio Fabio per la bella mail ricevuta che pubblico di seguito:

“Ho deciso di dedicare una poesia a Marielle Franco per far sì che possa ascoltare il suo stesso grido attraverso i miei umili versi mescolati, con le onde del vento. Un grido capace di espandersi attraverso il sano coraggio e la genuinità di una lotta giusta e veritiera. Il Brasile è una nazione complessa, che sembra non finire mai, proprio come la sua stessa anima: tutto è decorato da un’intimità fertile e feconda in grado di restituire al mondo, luce calda che sprizza da ogni poro, così come in ogni centimetro d’aria, si possono respirare i cambiamenti (sani o non), di chi veramente conosce o ha conosciuto la povertà più cruda, selvaggia, vera; povertà che s’annida tra una costola e l’altra, senza sentire il bisogno di esser menzognera! La povertà la respiri nelle favelas, dentro a quei luoghi ibridi dove non penetra né la luce del sole, né lo sguardo fisso di un sensibile maestro, che possa insegnarti il sentiero più giusto tanto da poter guardare avanti, senza inciampare ad ogni passo”.

PER UN GRIDO

A Marielle Franco

Nel vento, sospirano parole che danzano libere.

Il colore vivo dei tuoi occhi sopra

un letto di echi scolpiti nella nuvola,

si nutre di te il canto di una danza

donna forte scalpita una fiamma con intorno

un palmo di terra, di fertile speranza.

 

«Cria da Maré» dentro un cerchio solitario.

La voce d’un sentiero, grembo materno

d’una favela pregna di malinconia;

è l’ombra d’un contorno arida via,

che s’assottiglia, nel fragore di un agguato!

 

Il rintocco di un tuono distante, lontano.

Fatale, l’incontro con la morte, tremenda

frenetica dentro una campana

il suono freddo d’una freccia scagliata

solitaria: gli occhi spenti di una donna

sul ciglio del mondo ucciso per inganno

e un tramonto, sipario esteso nella notte siderale.

FABIO STRINATI

Rio de Janeiro: allarme meteo il numero delle vittime sale a 10

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10 sono le vittime ad oggi accertate nella città di Rio de Janeiro a causa delle piogge torrenziali che si sono abbattute nella giornata di ieri.

Il comune di Rio de Janeiro ha attivato lo stato di crisi. Le aree più colpite sono state le zone meridionali e occidentali. La tempesta ha invaso strade, abbattuto alberi, distrutto automobili e allagato diversi sottopassaggi in tutta la città.

Secondo Rio Alert, il sistema di monitoraggio meteorologico della città di Rio de Janeiro, in alcune zone le precipitazioni accumulate in sole quattro ore sono state superiori del 70% rispetto a quanto previsto per tutto il mese di aprile.

Nella zona occidentale, la stazione di misurazione di Barrinha ha registrato 212 mm di pioggia tra le 18h e le 22h di ieri. A sud nello stesso lasso temporale sono stati misurati  168 mm a Copacabana, 164 nella favela di Rocinha e 149 a Jardim Botânico.

Le sirene d’avvertimento per il rischio di crolli e frane sono state attivate in 21 delle 103 comunità monitorate dalla Protezione Civile Comunale. Ma secondo i residenti l’allarme non è stato attivato nel Morro da Babilônia  per l’assenza di energia elettrica.

La pioggia ha anche causato il crollo di un tratto della ciclabile Tim Maia Cycleway in Niemeyer Avenue. Il collasso è avvenuto intorno alle 22:00 quando la zona era già stata interdetta.

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